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Buco infermieri in provincia di Salerno, ne mancano 1.800

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Nel territorio dell’Asl Salerno mancano all’appello ben 1456 infermieri, mentre sono 341 quelli in meno all’Azienda ospedaliera universitaria “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”. Una carenza inserita nella voragine degli organici della sanità campana (-8.937 infermieri), seconda peggiore dopo la siciliana. La denuncia arriva dall’analisi del Centro studi della Federazione nazionale degli Ordini degli infermieri (Fnopi). Cifre con un impatto diretto sulla salute dei pazienti. Partendo, infatti, dalla media dei paesi Ocse (tre infermieri per ogni medico), arriviamo ai numeri allarmanti della sanità in Campania.

I numeri del “Ruggi” e dell’Asl. All’Azienda ospedaliera universitaria “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” – che comprende anche i plessi del “Da Procida” di Salerno, “Santa Maria Incoronata dell’Olmo” di Cava de’ Tirreni, “Fucito” di Mercato San Severino e “Costa d’Amalfi- Castiglione” di Ravello ci sono 1.261 paramedici per 534 medici. Il rapporto è quindi di 2,4. Ancora peggio all’Asl Salerno, dove tra i primi (3.059) e i secondi (1.505) il rapporto scende a 2, allineandosi alla media regionale.

L’assistenza a rischio. Drammatico il quadro del carico assistenziale: per ogni infermiere campano ci sono 17 pazienti, cifra più alta d’Italia. E non si parla solo di stress lavorativo, come è facile immaginare. «Sono i dati internazionali a parlare spiega la Fnopi- ogni volta che si assegna un assistito in più a un infermiere (il rapporto ottimale sarebbe 1:6) aumenta del 23% l’indice di burnout, del 7% la mortalità dei pazienti, del 7% il rischio che l’infermiere non si renda conto delle complicanze a cui il paziente va incontro». In questo scenario, il rischio di mortalità in più tocca in media il 30-35% circa. «Ciò nonostante – precisa l’indagine – questi numeri non si raggiungono perché gli infermieri da sempre si prodigano per garantire la maggiore sicurezza possibile anche nelle attuali condizioni di carenza ». Non a caso, svolge straordinario circa il 40% dei paramedici occupati nel Ssn: 108mila sui 270mila totali. Ma non bisogna disperare di innalzare gli standard assistenziali, anche in Campania, la regione con l’aspettativa di vita più bassa. Sono chiari gli studi pubblicati su riviste internazionali (Jama e British Medical Journal): a un incremento del 10% di infermieri, corrisponde un calo della mortalità del 7%. E se si realizzasse un rapporto di 1 infermiere per 6 pazienti e nello staff fosse presente almeno il 60% di essi, potrebbero evitarsi 3.500 morti l’anno.

D’altra parte, afferma uno studio francese nelle Unità di terapia intensiva: sotto la soglia di 2 infermieri ogni 5 pazienti e di un medico ogni 14 pazienti il rapporto è di 5-6 infermieri per medico – c’è una crescita significativa del rischio di mortalità. E aumentando i carichi di lavoro, conincremento del turnover dei letti o delle manovre salvavita da parte del team di guardia, il pericolo di decessi sale rispettivamente di 5,6 e 5,9 volte.

Se piange la Campania, falcidiata da un piano di rientro decennale, ride poco il resto d’Italia (-53mila infermieri). Per l’Ocse, è lo Stato dal più basso rapporto europeo medici/infermieri, al 35° posto (su 36) nella classifica dei suoi paesi membri. Le uniche regioni a rispettare la soglia indicata sono Emilia Romagna, Friuli, Veneto, Molise e la provincia autonoma di Bolzano. E la media nazionale assegna, ad ogni infermiere, 11 pazienti da assistere. Però non mancano le contraddizioni. Sono pochi i paramedici (6.1 ogni mille abitanti, media Ue di 8.4), ma in compenso abbondano i medici: 3.8 ogni mille abitanti, valore più elevato della media Ue di 3.6.

Gianmaria Roberti La Citta

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