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9. Consolazione e speranza

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Consolare è dare ragioni fondate di speranza. Anche se non in modo tangibile nei precedenti articoli ho cercato di denunciare una cultura scettica, indifferente, individualista, dove si avvertono spente le utopie. Eppure, attingendo dal mio credo e dalla mia professione, scrivo che permane inesausta una vena nascosta, sotterranea, ma non per questo meno viva e feconda, che alimenta le radici sempre intrise d’arsura dell’umana ricerca della civiltà: il Vangelo. Rivelazione totale e definitiva dell’amore di Dio all’uomo, insieme però anche rivelazione di quanto l’uomo deve essere e fare per realizzare compiutamente se stesso, la propria irrinunciabile vocazione nativa di comunicare il dono dell’amore gratuitamente ricevuto. Può sembrare che io zappi sempre nel mio orto, o una premessa troppo “ecclesiale”, ma spesso di fronte a una tragedia, a un dolore “non si sa che cosa dire” per cui la scelta che si ritiene migliore è quella del silenzio motivandolo con un “tanto le parole non servono a niente”. So benissimo che a volte il silenzio è il miglior balsamo per un cuore che soffre, ed è un silenzio gravido di parole e gesti non detti, ma non il silenzio ipocrita di chi si ritira in buon ordine, vigliaccamente. Scrivo, sostituendo la “parola”, perché essa fa sentire la vibrazione dei nostri sentimenti, l’autenticità del nostro rapporto, la verità della nostra amicizia, l’intensità della nostra comprensione. Perché la parola richiede di metterci allo scoperto, è un uscire da sé, espone e compromette e molto spesso è viva dichiarazione della nostra radicale povertà: non sappiamo cosa dire perché non sappiamo chi siamo. E uno che non sa chi è, non può sapere chi è l’altro, soprattutto se migrante, se “afflitto”. Anche questo so essere una mia responsabilità perché la nostra parola, la “mia” parola, deve essere significativa per l’altro. Se siamo chiusi in un orizzonte solo terreno, materiale, credo che non si possono fornire ragioni di speranza agli afflitti, perché una consolazione che non attinge alle profondità metafisiche dell’uomo non è consolazione, ma aleatorietà e inconsistente vuoto e una speranza che non rompa il cerchio della mera creaturalità non è speranza ma illusione, se non ulteriore disperazione. Certo ogni tanto sembra comparire “l’uomo del destino”, colui che pensa di risolvere tutti i problemi con roboanti promesse, ma le parole solamente umane rimangono davvero del tutto inefficaci di fronte al dolore, all’afflizione, alla morte. E qui mi viene in aiuto il profeta Geremia quando parla delle «cisterne screpolate, disseccate, che non possono contenere acqua» e non possono, quindi, soddisfare in alcun modo i migranti, gli afflitti, da qualunque tipo di “sete” siano colpiti nel cammino della storia .
Aniello Clemente

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