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Pregate per noi. Di Aniello Clemente da Sorrento

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Sorrento . Per somma pedagogia e bontà divina a causa di un lieve intervento sono stato costretto a un’immobilizzazione forzata in ospedale. Il mio vicino di letto è un giovanotto colpito da quel male in cui nome ci attanaglia di paura e impotenza. Fortunatamente grazie alla estrema bravura dell’equipe medica, il male è stato debellato e lentamente sta recuperando. Sono giovani e, quasi d’intesa, mia moglie ed io li abbiamo “adottati”. Nulla di strano, fin qui, ma il fatto è che le famiglie dei due giovani sono Testimoni di Geova. So, purtroppo con rammarico, che ogni qual volta li si nomina varie sono le manifestazioni di contrarietà e di disappunto, quasi di “sapore” evangelico: «“Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani» (Gv 4,9); oppure quando Gesù rimproverò Pietro: «Vade retro Satana! Tu mi sei di scandalo» (Mt 16, 23). Orbene sapeste come è stato proficuo parlare con Angela e la sua famiglia con spirito di fraternità e accoglienza. Poiché i fatti contano più delle parole vi scrivo tre significativi episodi. Vennero dei “predicatori” a trovare Giovanni e per confortarlo e spronarlo gli parlarono del profeta Giona. Profittando del clima familiare che avevamo saputo instaurare, chiesi d’intervenire precisando che, a mio modesto parere, il profeta di riferimento, doveva essere Giobbe. Riconobbero le ovvietà delle mie esposizioni ma mi precisarono che prima dell’intervento avevano partecipato con Giovanni a un Convegno su Giona e la sua preghiera-supplica nel ventre del grosso pesce. Ricordando il passo: «Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha risposto; dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce…» (cf. Gn 2,1-10), convenimmo fraternamente che poteva essere adatto alla bisogna. A questo punto mi sovviene un brano del Mishnè Torah di Mosè Maimonide: «Tuttavia non è in potere della mente umana cogliere il disegno del Creatore; poiché le nostre vie non sono le sue vie, né i nostri pensieri i suoi pensieri […]. “Poiché allora darò ai popoli un labbro puro, cosicché tutti invochino il nome del Signore per servirlo tutti sotto lo stesso giogo” (Sof 3,9)». Un secondo caso, che può sembrare marginale ma per me non lo è stato, fu quando ho ricevuto l’eucaristia in camera. Per tutta la durata del rito Angela è rimasta nella stanza. Le chiesi perché non fosse uscita e mi rispose che ne aveva approfittato per recitare il Padre nostro con noi. Ma la cosa che più mi ha reso felice è stata quando nell’atto di salutarci mi hanno detto: «Pregate per noi!». Il Dio dei Padri, il Dio d’Israele, Geova, il Dio Padre di tutti, si è lasciato scappare un sorriso.
Aniello Clemente

 

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