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Genova il crollo del Ponte tragedia annunciata, parla uno dei progettisti. Ecco quali errori furono fatti

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«Una tragedia annunciata». Negli anni ’60 Saverio Ferrari è stato uno dei progettisti della Morandi del ponte di Genova e spiega tutti i suoi sforzi nel corso di questi anni per denunciare l’instabilità di quella struttura, ma nessuno gli ha dato ascolto. La sua abitazione nel capoluogo ligure in questi giorni è presa da assalto dai giornalisti, lui con calma risponde a tutti, sebbene non abituato a questo genere di ribalta.
Ingegnere, lei ha spiegato che i pali del ponte non erano stati costruiti in materiale antisismico. Come è possibile in un territorio a rischio terremoti come quello italiano?
«Hanno costruito dei pali normali, ma ciò che è più grave è stata tutta la progettazione che, forse, poteva essere valida in quegli anni. Oggi tutti sapevano che quel ponte, con il traffico intenso che percorre quella strada, non poteva reggere. È come un asino caricato da un quintale di sale, prima o poi le sue gambe non reggono più».
Ci sono stati altri errori nella progettazione?
«Certo, andava calcolata la portata supportabile dal ponte per ogni metro cubo o metro quadro e andava fatto un collaudo. Quando non viene effettuato questo genere di collaudi allora bisogna fare il collaudo della base: ricordo venne fatto in soli cinque giorni, ma cinque giorni non sono sufficienti per effettuare analisi di questo genere, serve più tempo perché la composizione chimica del cemento muta gradualmente. Invece si è fatto tutto in fretta e la reazione del materiale è stata effettuata in troppo poco tempo».
È vero che lei aveva denunciato alla Morandi questa situazione?
«Già nel 1969, quando passavo per il ponte avvertivo delle oscillazioni della struttura. Mi rivolsi all’ufficio tecnico della Morandi invitandoli ad installare dei sensori per registrare questi movimenti, ma dissero che quel materiale costava troppo».
Una tragedia annunciata.
«Si, anche perché prima della consegna del lavoro furono utilizzate delle motrici della Fiat per verificare la supportabilità del peso che la struttura poteva accogliere. Si trattava di sette o otto motrici Fiat 690 a tre assi che pesavano circa 90 quintali. Ma tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli ’80 furono già progettati degli autotreni che pesavano anche 40 tonnellate, il ponte non poteva mai reggere questo carico così gravoso, era impossibile potesse restare in piedi».
Un ponte concepito in quel modo avrebbe potuto reggere con un’accurata manutenzione?
«Nell’82 ricordo che fu studiato un progetto per rinforzare il ponte con un’ulteriore base nel centro, ma non fu più portato a termine. Tutte le volte che sono transitato sul ponte Morandi però ho sempre visto effettuare delle manutenzioni ordinarie, come ad esempio per l’intonaco. Non mi risultano siano mai state effettuate manutenzioni straordinarie».
C’era un modo per evitare la tragedia?
«Quando il ministro Perri introdusse sull’autostrada il limite di velocità a 130 chilometri orari, sul ponte il limite fissato a 50 all’ora. Vuol dire che in fondo da anni tutti sapevano, ma nessuno ha fatto nulla concretamente. C’è stata tutta una serie di errori a catena, grossolani. Magari sarebbe stato possibile, ad esempio, far transitare il traffico in un solo senso di marcia in maniera alternata. Ma purtroppo con i se e con i ma non si fa la storia».
Quanto tempo occorrerà secondo la sua esperienza per costruire un nuovo ponte?
«Tanto, almeno due anni, ma anche di più. Immagino ci sarà maggiore attenzione rispetto al passato in seguito a quanto accaduto. Potrebbero volerci anche tre anni, ma è ora è presto per fare questo tipo di previsioni».

Valentino Di Giacomo, Il Mattino

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