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Un’inarrestabile ondata umana sta dilagando sulle nostre coste, la pressione monta e cresce il seme della discordia tra chi “Vive Di” turismo e chi “Convive” con il turismo

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La turistificazione è diventato un tema fondamentale, grazie all’enorme capacità d’impatto che ha, nel ridefinire luoghi e ritmi di vita di intere comunità a livello planetario.
I numeri nell’ultimo decennio sono stati tali, da giustificare la definizione del turismo, come la principale industria pesante del secolo, per le molteplici implicazioni sociali, economiche ed ambientali che vi ruotano intorno.
Città e paesi sono oggetto di ristrutturazioni intensive, di brand-izzazione di luoghi, tradizioni culturali, religiose, gastronomiche, con l’aumento esponenziale di vani ed immobili da affittare nei centri storici, implementazione dei trasporti (viario, ferroviario, areoportuale ecc.), misure antinquinamento, di sicurezza ed antiterrorismo ecc.

In questo “fenomeno di massa”, monta anche la contesa sociale degli spazi ed è in incubazione un nuovo concetto, il “Diritto allo spazio urbano”.
L’aumento della rendita immobiliare ha desertificato i centri storici dai residenti, dove ormai sono disponibili solo affitti costosi per periodi brevi, e dove la mobilità è spesso problematica, per l’aumento delle linee dedicate ai turisti, a scapito di quelle per la classe lavoratrice, costretta a viaggiare su linee insufficienti ed inadeguate.
I finanziamenti pubblici risultano dirottati per lo più su infrastrutture di interesse turistico, con una evidente riduzione dei servizi di base, scuole e biblioteche, strutture sportive, presidi sanitari, e soprattutto per l’edilizia abitativa pubblica. Per le famiglie meno abbienti non si riserva quasi più edilizia popolare e per gli anziani non viene programmato un serio piano edilizio ed assistenziale nonostante si preveda una vera e propria emergenza nei prossimi anni, dovuta all’innalzamento dell’età della popolazione italiana.

L’emergenza abitativa aumenta costantemente al decrescere dell’offerta di affitti con contratti abitativi di medio e lungo periodo ed il paradosso caprese è quello più emblematico.
Di recente l’amministrazione è dovuta intervenire a favore di affitti a canone concordato, quelli nati per le aree metropolitane disagiate e ad alta intensità abitativa, per poter offrire anche ai residenti sull’isola, qualche possibilità di reperire una casa in affitto ad un prezzo ragionevole, in cambio ai proprietari disponibili, viene offerta la riduzione dell’aggravio fiscale.
Nelle aree turistiche, il mercato degli affitti influenza anche il tipo di commercio ed il mercato del lavoro: la percentuale di bar e ristoranti per abitante, risulta sproporzionata, in deroga ad ogni possibile standard urbanistico storicamente accettabile, e molte delle attività tradizionali, artigianali e di piccolo commercio, utili ai residenti, sono andate man mano scomparendo.
Nei micro-territori, con vie molto strette, piccole piazze e porticcioli, tipo Capri o Venezia, gli assembramenti eccessivi hanno spinto le amministrazioni alla regolamentazione dell’attività delle guide turistiche ed in alcuni casi ci si sta orientando per l’installazione di tornelli, per limitare l’accesso.

La pressione eccessiva e concentrata della presenza umana in luoghi di pregio, spesso produce effetti “boomerang”, come è accaduto anche in Costa Smeralda, operando nel distruggere la fonte stessa di attrattiva per il turista, da sempre alla ricerca di natura ed ambienti integri, alla scoperta di paesi con identità autentiche che non ripropongano in piccolo, le condizioni urbane da cui si fugge quando si va in vacanza. Lo stato dell’arte invece è tutt’altro, più simile a quello di un parco a tema con accessi controllati, piuttosto che ad una armonica convivenza tra comunità residente e turisti.
La popolazione sembra quasi “scollata” in casa propria, impegnata a non perdere terreno più che a viverlo, perché vede il proprio territorio, trasformarsi sempre più in un luogo di lavoro e sempre meno in uno spazio in cui relazionarsi, avere scambi sociali e svagarsi.

La tipologia di “turismo di massa” quindi non è inequivocabilmente un benefico generatore di occupazione e ricchezza se, ad esclusione delle grandi lobby internazionali, la gente che vive in certi luoghi, fatica a restare al passo con l’aumento dei prezzi e con gli stressanti turni di lavoro dove fatalmente il riscatto per una vita meno faticosa finisce per essere solo virtuale.
I punti da cui dovrebbe partire una moderna politica turistica sono fondalmente tre:
– Ecologico perché troppi visitatori mettono a rischio l’ambiente e richiedono costi alti per far fronte all’inquinamento ed alla sicurezza;
– Economico perché se il turismo è di bassa qualità, i costi generati non risultano bilanciati da sufficienti guadagni, sia per i singoli operatori che per l’intera comunità;
– Sociale perché se la comunità percepisce i turisti come “troppi” o “troppo invadenti” e non vede solo come un vantaggio l’accoglierli, il turismo diventa “insostenibile”.

È ormai chiaro a tutti che l’eccessivo afflusso di persone, costituisce il vero nodo da affrontare nel futuro, per scongiurare la crescita turistica illimitata, che nel tempo rischia di orientare i flussi, in altre aree del mondo più integre e meno congestionate.
Pianificare i flussi è l’unico sistema per ridurre il surplus di quel turismo deleterio che si sposta per il globo, sempre e ad ogni condizione, agevolato da trasporti low-cost e portali tipo Airbnb, sempre più fagocitanti.
In ambito comunale, sono stati sperimentati vari escamotage, dal numero chiuso, alla tassa d’ingresso, ai permessi limitati a speciali categorie ecc. che pur aiutando, non sono risultati mai realmente risolutivi, poiché l’ottimizzazione dei flussi, capace di distribuire equamente i turisti nello spazio e nel tempo, può funzionare solo se fatta a scala regionale.
È assurdo pensare che il flusso turistico massiccio, verso realtà metropolitane come Roma o Napoli, possa procedere in Tour ed essere accolto, anche da realtà limitrofe ben più limitate come Capri, Positano o Amalfi, senza che infligga loro un colpo mortale, dal punto di vista ambientale, di vivibilità sociale e decoro urbano.
Il nemico insomma non dev’essere il turista ma i responsabili primari della speculazione senza scrupoli, dell’industria della turismomania.

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Commenti

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  1. Scritto da Amleto

    Condivido completamente il Suo punto di vista che mi sono anche permesso di approfondire in un mio recente intervento su PN dal titolo:”Turismofobia. Cosa sara’ mai?” (23.06.18).Il commento prendeva spunto da alcune esperienze maturate a Barcellona e alle Baleari, dove l’avversione nei confronti dei turisti si avverte notevolmente. Personalmente nutro la massima sfiducia nei confronti di chi potrebbe ancora agire per arginare tale pericolosa tendenza. Mi creda, siamo semplicemente una “vox clamans in deserto”. Mi perdoni l’abbinamento!