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Un asterisco sull’icastica produzione di Giuseppe Lucio Labriola. Testo di Maurizio Vitiello.

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Testo di Maurizio Vitiello – Un asterisco sull’icastica produzione di Giuseppe Lucio Labriola.

In anteprima, forniamo questo testo su Giuseppe Lucio Labriola, che sarà inserito in una prossima pubblicazione dedicata all’artista, a latere di un’importante personale.

L’interessante produzione pittorica e disegnativa di Giuseppe Lucio Labriola riesce a centralizzare temi icastici su cui transitano simboli, fortemente caratterizzanti, di varie sensibilità cromatiche, ma tutte tendenti alla gamma dei grigi e del nero.
Proprio le particolarità delle cromie, tutte appartenenti a quella sfera sincera che possono eleggere una prova d’artista a blocco monocromatico, come una incidente fotografia in b/n, ci trasmettono una sospensione che trattiene il respiro.
Scendono in campo insetti, vari stravolgimenti, tute, che anche gli artisti futuristi, già negli anni Trenta, elaborarono come possibili “vestiti” spaziali.
Comunque, nel caso di Giuseppe Lucio Labriola le tute sono metafora di un viaggio per recuperare il pianeta Terra.
Il suo percorso artistico ricerca con costanza, nel tempo, motivi di grande intensità e nel 1997 si contraddistingue col nome d’arte “DDT ART”, il quale si accompagna al logo che lo rende facilmente riconoscibile: la cavalletta, insetto con rara capacità di sopravvivere alle eventuali catastrofi nucleari e somigliante a una maschera antigas.
Anche la scelta del nome d’arte è legata alla tematica sul nucleare: il ddt è un noto veleno insetticida, associato all’inquinamento e alla morte; ad esso, come contraltare, si contrappone l’arte.
Vari gli artisti che l’hanno messo in una pista di conoscenza; il primo, in assoluto, è stato Leonardo da Vinci, genio eclettico e sintesi perfetta tra arte e scienza; seguono, poi, per la riconosciuta drammaticità i fiamminghi Matthias Grünewald e Hieronymus Bosch, nome d’arte di Jeroen Anthoniszoon van Aken, e, ancora, Francisco José de Goya y Lucientes con la sua meditata angoscia visionaria e, infine, Francis Bacon capace di riuscire a trattare metamorfosi, senza dubbio un punto cardine del lavoro programmatico di Giuseppe Lucio Labriola.
Ovviamente, la sua ricerca artistica lancia messaggi, le sue opere riescono ad essere un grido violento contro l’orrore della società in cui viviamo, quasi un preavviso, estremamente allarmato, di un futuro incerto, da cui guardarsi, anche perché le conseguenze sono lontane da ogni più che legittima immaginazione.
Ricicla scarti, materiali di risulta e plastiche industriali per creare creature inquietanti, assillanti, chimeriche, fantastiche, bizzarre; frutto di mutazioni irreversibili, di intrecci tra uomini, insetti e cose, prototipi di incubi possibili di un universo degradato, deteriorato, angustiato.
Crede, risolutamente, nel suo lavoro, ed è deciso a essere determinato nel continuare un lavoro insolito.
Intensità di umori inquadrano rilievi figurali, alieni e straniti, dall’animale all’umano, e scatta un carico di tensioni emotive.
Arcane o marginali, bandite o mitizzate, affilate o scosse figure impegnano una chiasmatica visceralità di appunti, tutte centrifugate in effetti e contro-effetti.
Nelle sue composizioni diventa esplicita una sequenza di rimandi, pura successione di fotogrammi di un iperbolico “movie”, che manifesta su un abisso catastrofico.
Momenti fabulistici, ritorni di miti, antiche leggende, esplorazioni fantastiche, proiezioni spaziali si concentrano in un magma di trasparenze, legato a fantasmatiche e avvolgenti visioni di sensi.
E’ una pittura di propositi psicologici, narra una possibile apocalisse.
Abbreviazioni segniche ed estensioni illustrative rendono scorrimenti e flussi appassionati, totalmente emozionali, e specificano che una consistenza ibrida potrebbe trasformare creature della natura.
Figure “altre” sopravvivono al ritmo di un succedersi di tonalità ruvide e si stagliano su nuove motivazioni antropologiche, su nuove suggerite intenzioni e su nuovi regolati sentimenti.
Se l’uomo cadesse nel tranello atomico significherebbe raccontare un’altra realtà; quindi, Giuseppe Lucio Labriola anticipa quelle possibili trasfigurazioni future e avverte, in modo consistente, di passaggi assurdi.
L’artista con frazioni cromatiche imposta ventagli di ambienti virtuali e concatenazioni alterate.
I suoi attraversamenti iconici, fortemente evocativi, reclamano multiple propulsioni di carattere e di caratura.
Le incidenze umane sono stravolte e l’atmosfera è scandita da elaborazioni di terminale notazione.
Il cammino mentale supera il respiro interiore e tra accorciamenti, sviluppi, scorrimenti si agitano vibrazioni, orme, rinforzi cromatici.
L’arista modula un ipotetico e straniante futuro, interpretato come cosciente scatola-video di un futuro apocalittico.
Ci sono passionalità d’azioni, ragionatissimi svolgimenti, locuzioni emotive per registrare e “gestire” un imponderabile negativo.
Tutto è reso, in una particolare chiave espressionista, perché possano emergere rinnovate vigorie mentali e operative, perché non accada l’ineluttabile.
L’armonia del mondo è il tocco di paradiso che ci ha regalato Dio, converrebbe, proprio non sciuparlo.
L’armonia perduta è da riagganciare con nuove, credibili, intese.
Tutta la sua pittura è sponda di riferimento di coscienza.
Livide stesure mettono in evidenza lussazioni dell’anima in quest’attuale varco di tormentati sentimenti, sull’orlo del precipizio atomico, che vive in interstizi sottili di giudizio.
Crepuscoli mattutini incantano e crepuscoli serotini abbattono i sensi della luce; si replicano a tutt’oggi, e speriamo che mai si fermino.

Maurizio Vitiello

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