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Trip-a-Ning project il magico incontro di tre musicisti, Marco Cuciniello-contrabasso-Lucio D’Amato-piano e Ugo Rodolico-batteria-

Come nn si può descrivere la pioggia che scende dalle cateratte aperte di Madre Natura per la stessa ragione nn si può dire della improvvisazione armonicamente creata da questo trio laboratorio lanciato sui parametri più famosi del jazz classico, in chiave assolutamente personale e creativa. Non è la solita

contaminazione di genere musicale perchè qui si assiste ad una magica alchimia, compiuta da un’intesa perfetta dei 3 musicisti, che non sono mai banali e offrono personalissime rielaborazioni. Musica scritta, a sei mani, quella del trio che attinge per il brano ” Can vei la lauzeta mover” a Bernard de Ventadorn, uno dei rappresentanti di maggior spicco della poesia trovadorica, rielaborato e contaminato con precisi riflessi al testo poetico, ovvero all’essenza della poesia trovadorica come poesia dell’intimo, della contemplazione e riflessione di sè e del Creato. Merita una parola di presentazione il brano “E munaciell”che si ispira a quel personaggio, d’origini esoteriche, imprevedibile, che aleggia in casa, tanto amato e temuto dal popolo.Questo pezzo è contaminazione pura, la musica incalza a ritmo di jazz. S’intrecciano le percussioni e il contrabbasso, in un crescendo sonoro talmente avvolgente che, ad un tratto, il contrabbasso lascia cadere l’archetto e comincia a pizzicare le corde, in una assidua successione con le dita. Dalla melodia antica, fino alle suggestioni della moderna contaminazione, si passa al brano “Lost in translation” ispirato all’omonimo film del 2003 di Sofia Coppola che compendia umorismo e pathos. Nel brano “le Tracce” c’è sì un omaggio alle nuove tendenze del jazz nord europeo ma per prendere subito le distanze in nome di quell’autenticità di spirito che unisce i tre musicisti. “Tracce” propone una musica quasi ipnotica in cui i tre strumenti ascendono dall’anima per riprendere l’antico motivo fino a creare una sorta di scia sonora dove tutto è aperto e possibile. Alla domanda del m°Cuciniello-contrabbasso- di un titolo per un brano il pianista D’Amato dice: ” fammelo dire in musica!“Suprema la contaminazione finale, in cui dal jazz classico s’è aperto uno spiraglio con la dolcezza delle note di “My way”. Un concerto bellissimo in cui i 3 musicisti hanno dato il meglio di sè, un’operazione a cuore aperto che ci ha donato una ricarica d’umanità ed energia, senza ferri, nè anestesia ma moltiplicando i brani per cio’ che è il nostro fattore costitutivo ovvero la nostra matrice umana. 

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