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Picasso, Massine, Clavel, Napoli e Positano ecco i retroscena

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Picasso, Massine, Clavel, Napoli e Positano ecco i retroscena raccontati oggi da Vittorio Del Tufo su Il Mattino di Napoli
«Credo che nessuna città al mondo possa piacermi più di Napoli. L’Antichità classica brulica, nuova di zecca, in questa Montmartre araba, in questo enorme disordine di una kermesse che non ha mai sosta. Il cibo, Dio e la fornicazione, ecco i moventi di questo popolo romanzesco. Il Vesuvio fabbrica tutte le nuvole del mondo. Il mare è blu scuro. Scaglia giacinti sui marciapiedi» (Jean Cocteau, lettera alla madre).
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Una notte d’aprile del 1917 Pablo Picasso e Igor Stravinskij vennero sorpresi da un gendarme a fare pipì all’interno della galleria Umberto I, di fronte al San Carlo. Per evitare l’arresto, Stravinskij convinse il solerte poliziotto a condurli all’ingresso del teatro lirico, dove fu accolto dagli addetti con un cerimonioso «Maestro, quale onore! Come possiamo aiutarla?». E questo bastò a tirarli fuori dai guai. Ma cosa ci facevano il grande pittore andaluso e il celebre compositore russo in quella che Jean Cocteau avrebbe definito una Montmartre araba dove l’Antichità brulica in un eterno fermento?
Tutto era cominciato il mese prima. Nel marzo 1917 Pablo Picasso viaggia in Italia per realizzare i costumi e le scene di un nuovo spettacolo dei Balletti Russi. È accompagnato da una deliziosa compagnia di giro: il grande coreografo Léonide Massine, il drammaturgo e poeta Jean Cocteau, il celebre impresario teatrale Sergej Djagilev. Una comitiva esplosiva che accompagnerà la nascita di una pagina straordinaria del teatro contemporaneo: nel maggio di quell’anno avrebbe debuttato a Parigi Parade, spettacolo creato a dieci mani con coreografie di Massine, testo di Cocteau, scene e costumi di Picasso, Balletti di Djagilev e musiche di Erik Satie, il genio delle Gymnopédies. Una messa in scena rivoluzionaria, per quell’epoca di lutti e tormenti.
Erano gli anni della Grande Guerra. Ma erano anche anni di avanguardie, di sperimentazioni e provocazioni culturali. Di fermenti artistici. E nuove amicizie. Come quella che nacque a Parigi tra Picasso, all’epoca trentaseienne, e il giovane Cocteau. Fu il poeta francese a coinvolgere l’artista nella realizzazione di sipari, scene e costumi per Parade, il balletto che stava realizzando per la famosa compagnia dei Balletti russi di Sergej Pavlovi Djagilev.
Parade è anche il nome dell’immensa tesa dipinta dall’artista come sipario per il balletto; conservata al Centre Georges Pompidou di Parigi, è la più grande opera di Picasso (un sipario di 17 metri di base per 11 di altezza) ed è considerata di straordinaria importanza per l’arte moderna.
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Il grande telo ritrae i membri di un circo, animali compresi, in un momento di pausa. Una ballerina gioca con una scimmia arrampicata su una scala. Un gruppo di saltimbanchi consuma un pasto a base di frutta e caffè. Forse, ritratti nella monumentale dipinto, ci sono i volti trasfigurati degli stessi Cocteau, Satie, Massine, Djagilev e Picasso, opportunamente mascherati e seduti su un blocco di ruderi che ricordano molto l’antica Pompei. Sullo sfondo, un vulcano. C’è tanta Napoli, insomma, in uno dei più famosi dipinti del genio andaluso. E tanti echi e rimandi al teatro popolare, ai pupi, al presepe napoletano.
Era stato Djagilev a pretendere che le prove della sua rivoluzionaria Parade si svolgessero lontano dalla Francia. Così il gruppo di artisti prese in fitto, dalle Assicurazioni Generali, lo scantinato di un palazzo romano. Ma il richiamo di Napoli, della Costiera e delle isole del Golfo, era troppo forte. Tanto per il padre del Cubismo quanto per i geniali maestri che dividevano con lui le giornate.
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Agli occhi di Picasso, e nonostante gli sfinimenti della guerra, Napoli appariva come una splendida donna pronta a concedersi. Sprigionava un fascino decadente e sensuale, e infatti, nei colloqui con gli amici, la associava spesso al cibo e al sesso. Napoli era il cibo e il sesso: in una cartolina con il paesaggio del Golfo Picasso dipinse un cuore trafitto e scrisse il suo nome e quello di Olga Khochlova, la ballerina di cui si era innamorato e che nel 1918 diventerà sua moglie. Le scene di vita popolare lo inebriarono, al pari degli affreschi di Pompei – una stordente macchina del tempo – e della tradizione pittorica classica. Anche il sipario dipinto per Parade è pieno di citazioni all’arte popolare napoletana. Fu esposto a Capodimonte, lo scorso anno, in occasione dei cent’anni dalla visita del grande pittore a Napoli.
Oggi gli esperti sono concordi nel ritenere che proprio a Napoli (e a Pompei) si sia conclusa la parabola cubista del genio di Malaga, e sia cominciato l’approdo alla fase neoclassica. Pablo, Sergej, Jean e Léonide soggiornarono a Napoli a più riprese nell’arco dei due mesi. Furono all’hotel Vesuvio tra il 9 e il 13 marzo 1917. Restarono folgorati dal presepe vivente della città, ma anche dai pavimenti della Chiesa di San Giovanni a Carbonara e della Cappella Pontano. Tornarono in città un mese dopo, dal 16 al 22 aprile, accompagnati questa volta da Igor Stravinskij e dal direttore d’orchestra Ernest Ansermet. In quel periodo al San Carlo andò in scena il balletto Les femmes de bonne humeur, con coreografie di Massine. In scena c’era anche Olga, il nuovo amore del pittore andaluso. Ma fu un tale disastro che dopo un paio di repliche l’opera fu cancellata dal cartellone. «Napoli, ex capitale, era una città ormai fuori dai giri, non più in grado di apprezzare le novità nel campo dell’arte», afferma lo studioso e scrittore Carlo Knight. «Perciò i napoletani provarono irritazione assistendo a quell’opera rivoluzionaria: la considerarono troppo stravagante. La verità è che Napoli era diventata una città di provincia».
Picasso provò a consolarsi rifugiandosi in un bordello: «Le ragazze di Napoli hanno quattro mani», scriverà nei suoi taccuini in ricordo di quella esperienza.
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Della visita a Pompei restano tre foto scattate da Cocteau a Picasso e al coreografo Massine. Una delle immagini ritrae il pittore mentre, meditabondo, si accende la pipa, e Léonide appoggiato ad un mascherone che serve da bocca di una fontana, nella casa di Marco Lucrezio. Il 23 aprile la comitiva si trasferisce a Positano, «città cubista» per eccellenza che attirava pittori e scrittori, ma anche musicisti come Stravinsky o grandi pianisti come Wilhelm Kempff. A Positano gli amici di Pablo risiedono nel Mulino d’Arienzo, ospiti di Michail Semenov che era stato assunto come segretario da Djagilev. Massine guardò le Isole dei Galli al tramonto e ne restò folgorato. Il poeta svizzero Gilbert Clavel, che si era aggregato alla comitiva, invece guardò Massine e restò folgorato a sua volta. Il compagno di Clavel, lo scrittore Italo Tavolato, tentò di sedurre Cocteau. Nacquero dissapori, contrasti, gelosie. Picasso se ne tirò fuori. Flirtò con una biondina, amica di amici, e per qualche ora dimenticò tanto l’amata Olga quanto i suoi inquieti compagni di viaggio. Il perfido Clavel annotò: «A tarda sera ho costatato che persino il suo pennello naturale (!) stava cominciando a diventare cubista».

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