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Il muro, la spiaggia e la vergogna

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«Dimenticati cultura storica e valori giuridici che hanno sempre contraddistinto la nostra società»

“L’osceno muro della Baia è uno schiaffo alla città”: sia il titolo che il contenuto dell’articolo de’ la Città di ieri ben rappresentano lo sdegno che si possa provare nel trovarsi di fronte un muro, ancorché di legno, posto a divisione di due tratti di spiaggia, il quale, come ben illustrato, assume significati simbolici che ci riportano ad un triste passato. Tale degenerazione appartiene, però, essa stessa ad una perdita di memoria ed alla demonizzazione di un passato recente, considerato strumentalmente ed in maniera superficiale di per sé negativo. Intendo riferirmi allo Stato in quanto apparato ed alle funzioni amministrative da esso svolte precedentemente alle riforme cosiddette Bassanini. Come è noto, prima del conferimento alle regioni ed alla successiva delega ai comuni, il demanio marittimo era gestito dal Corpo delle Capitanerie di Porto, in quanto organo periferico, del soppresso Ministero della Marina Mercantile (di cui oggi si invoca l’istituzione come Ministero del mare). Con il trasferimento delle competenze, si riteneva che cominciasse una nuova era e che tutta la memoria storica ed il know-how acquisito dagli organi ministeriali potesse essere marginale, anche perché faceva comodo ad interlocutori non sempre in buona fede interfacciarsi con amministrazioni alle prime armi con una materia che apparentemente semplice appare comunque complessa. Era ben radicato nella nostra cultura giuridica e tra gli addetti ai lavori che il demanio marittimo fosse destinato per la sua stessa natura all’uso pubblico diretto e che l’utilizzo esclusivo di enti o privati dovesse avere carattere eccezionale e comunque non in contrasto o in antitesi con le esigenze dei pubblici usi marittimi. Per cui, pur riconoscendosi l’importanza delle attività turistico- balneari e l’esigenza di affidare le concessioni per tale uso, affinché esse potessero incrementare il turismo e favorire nuova occupazione, si riteneva che l’interesse a promuovere e favorire tali attività dovesse essere sempre comparato con l’interesse della generalità ad un uso pubblico diretto di tale bene. Non a caso, nella seconda metà degli anni ’70, il Ministero della marina mercantile, con una specifica circolare, fissava un principio secondo il quale le concessioni balneari per attività turistico- balneare, (comunque ritenute utili per lo sviluppo economico della comunità nazionale) se fossero state eccessive avrebbero perso la finalità pubblica di consentire ai cittadini di disporre di attrezzature balneari e rendere più agevole e comoda la fruizione del bene pubblico, in quanto avrebbero impedito alla collettività di poter disporre dell’uso libero e gratuito del demanio marittimo, costringendolo a servirsi degli stabilimenti stessi. In tale ottica ed in particolare per la recinzione degli stabilimenti balneari veniva disposto agli organi periferici di impedire recinzioni in filo spinato o che potessero impedire la visibilità ovvero costituire un pericolo. Ora indipendentemente dalle autorizzazioni in materia ambientale o paesistica (sarebbe interessante sapere se esiste tale autorizzazione ed in caso affermativo chi l’abbia rilasciata) sarebbe bastato un minimo di cultura storica dei valori giuridici che hanno caratterizzato la nostra società ad impedire una simile vergogna.

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