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Minori: presentazione de “In nome del figlio” con la madre di Roberto Antiochia il poliziotto ucciso dalla mafia

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Minori, Costiera amalfitana . “Quando ti uccidono un figlio, sparano anche su du te. A me avevano sparato con il Kalashnikov, quel giorno. La vita, la passione, gli ideali di Saveria Antiochia, raccolta in un libro di Jole Garuti.
Saveria Antiochia è la madre di Roberto, giovane poliziotto ucciso dalla mafia il 6 agosto del 1985, e nel nome del figlio dedica tutte le sue forze per diffondere gli ideali di Roberto.
Il libro è intitolato “Nel nome del figlio” e viene presentao al Caffè Umberto a Minori il 26 di giugno alle ore 20.30 dall’autrice, dal presidente della Fondazione Polis don Tonino Palmese, e dallo storico Marcello Ravveduto, nel programma culturale di .. infocostieraamalfitana. it-la Festa del Libro.

Roberto Antiochia

Devo ringraziare Gaspare Apicella che da Minori in Costa d’ Amalfi segnala sempre a Positanonews cose di valore umano, riflessioni ed eventi come questo che, sommersi dalla cronaca estiva, ci sarebbero sfuggiti. Roberto , uno di noi, è morto a soli 23 anni . La sua biografia  è anche su wikipedia.

Agente della Polizia di Stato, nato a Terni e cresciuto a Roma nel quartiere Nomentano, dopo aver frequentato il Liceo Classico ed il Liceo artistico entra a diciotto anni nella scuola di Polizia di Piacenza [2] e, successivamente, viene trasferito a Milano, Torino e Roma. La sua ultima destinazione, nel giugno 1983 è presso la squadra mobile di Palermo, dove lavora con Beppe Montana in delicate indagini sull’associazione mafiosa Cosa Nostra. Dopo l’omicidio di Montana, in ferie ma già trasferito a Roma, decide di partecipare alle indagini a fianco di Ninni Cassarà.

Il 6 agosto 1985, mentre accompagna il Vice Questore Cassarà presso la sua abitazione in via Croce Rossa a Palermo, un gruppo di nove uomini armati di kalashnikov[3] appostati nei piani del palazzo di fronte a quello dove vive il vice questore, cominciano a sparare sull’Alfetta di scorta. Antiochia, cercando di fare scudo con il suo corpo a Cassarà,[4] sceso dall’auto per raggiungere il portone di casa, rimane ucciso dagli spari. Cassarà, rimasto ferito dagli innumerevoli spari dei mitra, riesce a raggiungere il portone, ma spira sulle scale di casa tra le braccia della moglie Laura, accorsa in lacrime dopo aver visto l’accaduto insieme alla figlia dal balcone della sua abitazione.[5]

La prima pagina del quotidiano la Repubblica, il giorno dopo l’agguato
Il 17 febbraio 1995, la terza sezione della Corte d’Assise di Palermo condanna all’ergastolo cinque componenti della Cupola mafiosa (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Bernardo Brusca e Francesco Madonia) come mandanti del delitto.

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