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La Ue: i servizi pubblici campani adesso sono i peggiori d’Europa

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IlCorrieredellaSera – A.Agrippa

Quanto valgono i servizi erogati dalla Pubblica amministrazione campana? Molto, se li consideriamo tenendo presente il peso che esercitano sulle tasche dei cittadini. Nulla, se li si giudica dal punto di vista della qualità e della efficienza. Del resto, secondo una indagine Ue rielaborata dalla Cgia di Mestre, la Pubblica amministrazione campana risulta essere fanalino di coda in Europa. Peggio di essa soltanto la Pubblica amministrazione delle regioni più arretrate della Turchia e della Bulgaria. Non c’è cittadino che non si indigni per le continue voragini che si aprono nelle strade, per il trasporto pubblico in agonia e per i servizi, in generale, che non vengono erogati pure in presenza di un aumento delle imposte. Sindaci e presidenti di Regione, a seguito dei tagli ai trasferimenti, almeno fino a tre anni fa hanno potuto agire sulla leva fiscale. Poi, a causa del blocco degli aumenti delle tasse locali imposto dal Governo Renzi, molti amministratori hanno dovuto trovare una alternativa: una delle poche a disposizione è stata quella di puntare sul rincaro delle tariffe e sulla riduzione della qualità e della efficienza dei servizi offerti ai cittadini.

Su 23 Paesi analizzati, l’Italia si colloca al 17 mo posto per livello di qualità della Pubblica amministrazione. Ma dove il quadro si fa drammaticamente triste è al Sud, dove ben sette regioni si collocano nelle ultime trenta posizioni: la Sardegna figura, infatti, al 178mo posto, la Basilicata al 182mo, la Sicilia al 185mo, la Puglia al 188mo, il Molise al 191mo, la Calabria al 193mo e la Campania al 202mo posto. Solo Ege, Istanbul e Bati Anadolu(Turchia) e Yugozapaden (Bulgaria) presentano uno score peggiore della Pubblica amministrazione campana. D’altronde, anche una ricerca dell’Ocse dimostra che la produttività media del lavoro delle imprese è più elevata nelle zone con una più efficiente amministrazione pubblica, «sottolineando come nel Sud la situazione abbia raggiunto livelli di criticità molto preoccupanti».

Come spiega dettagliatamente l’ufficio studi della Cgia di Mestre, negli ultimi tre anni le tariffe dei servizi degli enti locali sono aumentate del 5,6 per cento, oltre tre volte l’inflazione. «Con lo stop agli aumenti della tasse locali — commenta il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo — molti amministratori hanno continuato ad alimentare le proprie entrate agendo sulla leva tariffaria, incrementando le bollette della raccolta rifiuti, dell’acqua, le rette degli asili, delle mense e i biglietti del bus. E tutto ciò, senza gravare sul carico fiscale, visto che i rincari delle tariffe, a differenza degli aumenti delle tasse locali, non concorrono ad appesantire la nostra pressione fiscale, anche se in modo altrettanto fastidioso contribuiscono ad alleggerire i portafogli di tutti noi». Tra il 2015 e i primi quattro mesi del 2018, le principali tariffe amministrative applicate dai Comuni (certificati di nascita, di matrimonio, di morte) sono aumentate dell’88,3 per cento. Quelle delle società partecipate per la fornitura dell’acqua, invece, hanno subito un incremento del 13,9 per cento, quelle della scuola dell’infanzia del 5,1 per cento, le mense scolastiche del 4,5 per cento, il trasporto urbano del 2 per cento e i rifiuti dell’1,7 per cento. Dunque, è cambiato il bastone. Ma a prenderle resta sempre ed esclusivamente il cittadino.

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