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“I cani da pet therapy negli ospedali non sono stressati, anzi si divertono”

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11/05/2018
LaStampa – FulvioCerutti
Gli animali domestici ormai sono parte fondamentale della vita privata di molte persone. E sempre più spesso la loro presenza viene richiesta anche in ospedali, case di cura, scuole, aeroporti e in tutte quelle strutture dove si ipotizza che il loro intervento possa dare beneficio alle persone. È quella che comunemente viene definita pet therapy e che in Italia ha assunto il nome di “Interventi assistiti con animali”.
In molti casi si raccontano gli stimoli che una persona anziana può ricevere nell’interazione con l’animale. Così come per un bambino autistico o un malato che deve combattere con un difficile male. Ma l’animale, in particolare il cane, come vive questo tipo di attività? È una fonte di stress oppure arriva a divertirsi? Un recente studio condotto negli Stati Uniti dall’organizzazione animalista American Humane, e pubblicato sulla rivista Applied Animal Behavior Science , evidenzia come il quattrozampe viva questa attività come un’esperienza positiva, si senta piacevolmente coinvolto nel progetto e non sia per lui una fonte di stress.

Uno studio condotto in cinque ospedali diversi : «Ciò che rende questo studio unico nel suo genere è il fatto che è multisede – cioè svolto in cinque diversi ospedali in tutto il paese – e che abbiamo visitato oltre un centinaio di pazienti e monitorato 26 cani da pet therapy» spiega Amy McCullough, responsabile dello studio e direttore nazionale di ricerca e terapia della American Humane.

I ricercatori hanno determinato lo stress misurando i livelli dell’ormone che lo genera, il cortisolo, nella saliva dei cani. I campioni sono stati prelevati sia a casa che durante i periodi di pet therapy svolta in reparti di neoplasia infantile. E non sono state rilevate significative differenze a dimostrazione, dicono i ricercatori, che per il cane queste attività non sono stressanti.

Ma un conto è lo stress e un conto è il provare piacere nel svolgere questo “lavoro”. Il cortisolo, infatti, non è un parametro univoco: i suoi valori cambiano anche quando il cane gioca, per esempio quando corre a prendere la palla.

Per questo gli studiosi statunitensi hanno voluto monitorare in generale anche il comportamento dei quattrozampe. Per farlo hanno filmato e analizzato le reazioni suddividendole in tre categorie: azioni amichevoli (avvicinarsi a una persona o giocare); indicatori moderati di stress (leccarsi le labbra e agitarsi); e comportamenti ad alto stress (guaire).

Anche in questo caso gli animali a contatto con i bambini malati, non sono mai risultati particolarmente stressati. Anzi, nella maggior parte dei casi i cani mostravano addirittura entusiasmo: se un bambino interagiva con loro, parlando, accarezzandoli o usando un loro giocattolo, il cane mostrava segni di contentezza a conferma che queste attività gli risultavano decisamente gradite.

“Sono fondamentali l’esperienza, il coinvolgimento e il rispetto” . A leggere i risultati della ricerca in molti potrebbero pensare che anche il loro cane potrebbe svolgere la stessa attività divertendosi e facendo del bene. A dirlo, ma anche a smentirlo sono gli stessi ricercatori che hanno condotto lo studio: «E’ un’attività complessa dove deve esserci un’interazione reciprocamente vantaggiosa quando sono in visita dal paziente – dice McCullough -quindi è importante che il cane ami davvero il proprio lavoro».

Un lavoro che il cane arriva a fare dopo molta preparazione, con approccio graduale. «E’ fondamentale l’esperienza del cane. – spiega Antonia Tarantini, presidente dell’associazione Aslan -. Sono attività a cui l’animale si approccia in maniera graduale. Con l’esperienza e la formazione impara a modulare i suoi movimenti, a calibrare la sua energia e a esprimere al meglio la sua personalità. Solo così il cane può “gestire” il rapporto con determinate tipologie di pazienti. Noi operiamo all’IRCC di Candiolo dove il cane incontra i pazienti oncologici sotto trattamento chemioterapico , entra in una struttura dove sente emozioni differenti. Il cane percepisce la sofferenza. Solo grazie all’esperienza e a quanto vissuto in maniera graduale durante altri interventi, sa come comportarsi e a gestire queste situazioni: si inizia con progetti più facili e poi, in base ai risultati, all’indole e al carattere dell’animale, si passa a livelli più complessi».

« In questo è fondamentale il rapporto che il coadiutore ha con il suo animale che deve conoscere al meglio: il cane deve vivere i suoi interventi in una condizione di reciproco vantaggio, ossia amare ciò fa. Deve essere una gratificazione, prima che un lavoro – aggiunge Tarantini -. Il suo benessere è fondamentale, a partire dal numero di ore che lo vedono impegnato negli interventi assistiti: il cane può lavorare mediamente circa due o tre ore a settimana, prevedendo dei periodi di riposo. Deve condurre una vita sana e felice al di fuori del lavoro, vedendo soddisfatti tutti i suoi bisogni. Solo così l’attività di pet therapy non diventa uno stress, ma un modo che il cane ha per realizzarsi. Una condizione positiva che lo stesso paziente percepisce».

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