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Aborto sono 40 anni, un diritto delle donne che un terrorismo pseudo moralista non deve poter togliere

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Aborto sono 40 anni, un diritto delle donne che un terrorismo pseudo moralista non deve poter togliere. Diritto alla vita, aborto come omicidio, di falsi moralismi ne siamo pieni. Come quei medici che fanno obiezione all’aborto, dicendo che non si deve uccidere etc, salvo poi farlo fare a caro prezzo nelle cliniche private. Questa è l’Italia. Se vogliamo prenderci in giro prendiamoci in giro. E questo non per attaccare chi difende la vita ( per poi dimenticare i poveri per strada, i senza casa, gli affamati ) cavalcando l’onda dell’ideologia.

Su Il Fatto Quotidiano una bella riflessione di Elisabetta Ambrosi da riportare..

Per spazzare via le troppe discussioni ideologiche sul tema della legge 194, e insieme il clima contrario a questa norma che purtroppo si respira in giro (vedi manifesti di Roma, ma anche alcune dichiarazioni di un partito di governo come la Lega e delle destre in generale), bisognerebbe guardare molta fiction. Per vedere, ad esempio, cosa accadeva quando le legge non c’era. Ad esempio nell’Inghilterra degli anni Cinquanta – vedi la nota e struggente fiction Call the Midwife -, oppure sempre nell’Inghilterra ma degli anni Venti, come racconta la magnifica serie Downton Abbey. Nella prima, un’insegnante appassionata del suo lavoro resta incinta, un fatto gravissimo per le non sposate.

Tenta un aborto clandestino, rischia di morire, poi ce la fa ma viene cacciata dal suo posto di lavoro e deve cambiare paese. La sua vita è distrutta. Nella seconda, una ragazza serva dei nobili protagonisti viene messa incinta da un militare. Anche lei perde subito il posto, non ha soldi e vive con il bambino in una baracca perché il militare si rifiuta di riconoscere il bambino. Quando l’uomo muore in guerra, i suoi genitori si presentano dalla ragazza e le propongono uno scambio atroce: loro educheranno il bambino nella ricchezza, ma lei non potrà più vederlo.

Sono solo due esempi, eppure emblematici di cosa succedeva a una donna sola che per errore restava incinta, in un’epoca senza contraccezione. Altri tempi? Paradossalmente, anche oggi una donna sola, e magari con un lavoro precario, potrebbe trovarsi in una situazione simile, senza magari lo stigma del concepimento del matrimonio, ma comunque senza alcun mezzo per crescere un figlio. Ed è solo un esempio. Sapere di poter abortire non rende le donne più superficiali nel prendere misure adeguate per non restare incinte, semplicemente evita che la vita diventi un incubo. Vivere senza la 194 sarebbe come stare in un film dell’orrore, e lo sarebbe anche per gli uomini (anche se forse, per fare una battuta, li renderebbe più responsabili rispetto alla contraccezione di quanto invece non siano).

Per fortuna c’è chi, come anche il Movimento 5Stelle insieme alle femministe e parte del Pd, sostiene che la legge vada cambiata nella parte in cui prevede gli obiettori di coscienza, che oggi in molte regioni sono la maggioranza assoluta, tanto da rendere la possibilità di abortire un iter tremendo, come solo una persona che ci è passata può sapere. Ma se si va a rileggere quel magnifico testo che è, appunto, la 194, si scopre che il vero problema della legge, a quarant’anni dalla sua introduzione, è soprattutto uno: la sua mancata applicazione.Infatti non solo prevede che in caso di pericolo di vita anche gli obiettori siano chiamati a intervenire, e che comunque, cosa che non accade, debbano essere presenti nelle operazioni precedenti e posteriori all’intervento, ma soprattutto impone alle strutture sanitarie di organizzarsi per rendere possibile l’espletamento dell’aborto e specifica che “la regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale” (ricordate invece l’assurdo clamore sull’assunzione di medici non obiettori al San Camillo di Roma?).

Ma è soprattutto la parte relativa al sostegno, anche economico, della donna che oggi non ha più alcun riscontro. Si legge nella legge che la struttura socio-sanitaria o il consultorio ha il compito di “aiutare la donna a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione di gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto”.

Parole giuste e poetiche, che oggi raccontano per contrasto l’assenza di sostegno alla maternità, l’atroce indifferenza dello Stato, a dispetto delle sue belle leggi, verso chi magari quel figlio lo desiderava. Poi si può abortire per mille motivi diversi, lo si può fare sia con grande dolore, sia senza, come ha ricordato la bioeticista Chiara Lalli nel suo libro La verità vi prego sull’aborto (Fandango). Ma lo scandalo attuale, di cui mi sembra urgente parlare evitando dibattito ideologici di sorta, è la solitudine delle donne, anche immigrate, lasciate del tutto sole, soprattutto quando quel figlio lo vorrebbero.

E infatti se si vuole parlare di aborto – che più che diritto definirei una necessità – secondo me, bisognerebbe dare un quadro completo del tema maternità. Non solo raccontando i milioni di aborti naturali, aborti che quasi ogni donna sperimenta nella propria vita, con molto dolore nel caso si tratti di un figlio desiderato. Ma anche la difficoltà crescente ad avere un figlio, perché si aspetta troppo, e l’iter straziante della fecondazione assistita (raccontato dalla penna poetica di Eleonora Mazzoni in Le difettose). Perché la favoletta delle donne ciniche che si vogliono sbarazzare al più presto del feto è falsa. Ancor più oggi di ieri, visto che oggi le donne scenderebbero in piazza sia per difendere l’aborto, sia per il diritto ad avere figli. Perché come ci racconta l’ultimo Rapporto Istat fare i figli è un lusso, un bene per ricchi, vip, influencer, duchesse. Non per donne normali.

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