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Scafati. No dei giudici della Cassazione al braccialetto elettronico per l’ex sindaco Aliberti, confermati gli arresti domiciliari

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L’ex sindaco di Scafati Pasquale Aliberti rimane ai domiciliari senza braccialetto elettronico. Così come disposto dal Tribunale del Riesame di Salerno lo scorso mese di febbraio. I giudici della Corte di Cassazione hanno dichiarato inammissibile il ricorso proposto dalla Dda salernitana così come evidenziato dalla difesa (avvocati Silverio Sica ed Agostino De Caro) dell’Aliberti che riteneva il provvedimento del riesame ben motivato. Il tribunale salernitano, infatti, aveva concesso ad Aliberti gli arresti domiciliari senza braccialetto ritenendo che i domiciliari in Abruzzo (a Roccaraso) fossero una misura più che sufficiente a garantire le esigenze cautelari e, al tempo stesso, evitare che l’ex sindaco scafatese trascorresse altro tempo in carcere in attesa del controllo a distanza al momento indisponibile. Ma a ciò si era opposta l’antimafia salernitana proponendo ricorso in Cassazione: per la Dda i domiciliari per Aliberti non potevano essere concessi in assenza del braccialetto elettronico. Così come aveva disposto il gip del Tribunale di Salerno, Giovanna Pacifico, alcuni giorni prima della decisione del Riesame. E se la Cassazione avesse accolto il ricorso, Pasquale Aliberti sarebbe dovuto ritornare in carcere ed attendere dietro le sbarre un braccialetto elettronico. Ma così non è stato: il presidente Sidelbo e il relatore Emilia Giordano della Suprema Corte hanno dichiarato l’innammisibilità del ricorso così come, in mattinata, aveva affermato anche il procuratore generale di Cassazione. Pasquale Aliberti, quindi, continuerà a rimanere nella sua casa a Roccaraso insieme ai genitori con i quali coabita non potendo incontrare altre persone (previo permesso dell’autorità giudiziaria) né utilizzare pc e telefono. L’ex sindaco di Scafati, indagato per scambio elettorale politico mafioso, la cui posizione è al vaglio del gup Emiliana Ascoli insieme alla moglie Monica Paolino ed altri indagati, era finito agli arresti lo scorso 24 gennaio quando i giudici romani avevano respinto il ricorso avverso il provvedimento emesso (a settembre 2017) dal riesame salernitano. In tali provvedimenti i giudici non contestano all’Aliberti «un rapporto o una disponibilità sistematica con la camorra» ma l’assenza di scrupoli ad «entrarvi in personale rapporto» stringendo alleanze, secondo le accuse, politico-imprenditoriali con il gruppo camorristico Loreto-Ridosso. Per confermare l’impianto accusatorio fu determinante l’esame di prove come la bacheca Facebook ed altre conversazioni dell’ex sindaco: a parere dei giudici Pasquale Aliberti aveva la possibilità di continuare ad influenzare le scelte politiche della moglie convivente Monica Paolino ed onorare i patti già siglati nelle precedenti elezioni utilizzando – per questo scopo – persone di sua fiducia. Inoltre, sempre per le accuse, continuare a mantenere attiva l’attenzione politica della cittadinanza proprio attraverso le pagine Facebook interagendo sia con il suo profilo sia con quello della moglie. Al contrario Aliberti ha sempre riferito dell’esistenza di un complotto contro di lui messo in atto dai suoi più grandi avversari politici e la vendetta da parte di quei criminali ai quali non avrebbe concesso nulla. Ritornando all’udienza preliminare, iniziata martedì ed aggiornata al prossimo 26 aprile, il pm Vincenzo Montemurro ha chiesto al gup un incidente probatorio per ascoltare alcuni testimoni e cristallizzare (in contraddittorio) la prova in modo da non avere sorprese in futuro (il giudice si è riservato). Oltre ad Aliberti e alla moglie, nel processo sono imputati tra gli altri anche Nello Maurizio Aliberti, fratello dell’ex sindaco; il collaboratore di giustizia Alfonso Loreto; l’ex vicepresidente dell’Acse Ciro Petrucci; i cugini Gennaro, Andrea e Luigi Ridosso; l’ex consigliere comunale Roberto Barchiesi; l’ex staffista Giovanni Cozzolino; il ragioniere capo del Comune Giacomo Cacchione; l’ingegnere dell’ente Nicola Fienga; Giuseppina Metrano; Alfonso Cesarano e Catello Cesarano. (Angela Trocini – Il Mattino)

 

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