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Napoli. Ritrovata un’anfora romana nel mare di Chiaia, risale al primo secolo dopo Cristo: via al restauro

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Napoli. Si fa presto a dire che quell’anfora di terracotta recuperata ieri dai carabinieri del nucleo subacqueo, in collaborazione con i loro colleghi del Nucleo Tutela per il Patrimonio Culturale, coordinato dal capitano Giampaolo Brasili, proprio nello specchio di mare tra Mergellina e Posillipo, e datata dagli esperti al I secolo dopo Cristo, è «solo» un’anfora. E questo per diverse ragioni. La prima è che ha duemila anni circa. Dunque non si tratta di un reperto comune ma di un «pezzo di storia». Di un altro tassello del grande mosaico rappresentato dalla Neapolis tra gli imperi di Augusto e Nerone, passando per Tiberio e Caligola. La tipologia del contenitore, il cui ritrovamento è avvenuto grazie all’intuito dei carabinieri che avevano notato «movimenti» sospetti in quella zona di mare, è stata identificata dagli archeologi (che poi l’hanno presa in consegna) come quella di un’anfora «Dressel» italica (dalla classificazione fatta dall’archeologo tedesco Henry Dressel, che le suddivise per caratteristiche e uso, tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900) utilizzata per il trasporto del vino. Questo vuol dire che quando il contenitore sarà analizzato nei minimi particolari si potrà vedere da eventuali residui qual era il vino che conteneva. Non solo. Dal tipo di vino si capirà anche se si trattava di un vino locale, campano, oppure di una produzione che arrivava, magari dalla Sicilia. E, ancora, si potranno leggere, e magari trovare ulteriori conferme, sulle rotte commerciali che legavano tra loro i porti italici nel I secolo dopo Cristo. Così come dal valore del vino si potrà ipotizzare anche se il carico di cui faceva parte quell’anfora, alta circa novanta centimetri, era destinato a una bettola, una caupona, di quelle che proliferavano tra i decumani napoletani (le attuali aree dell’Anticaglia e dei Tribunali) oppure a chi occupava una delle ricche ville di otium che si affacciavano sul golfo della Neapolis di duemila anni fa e che da Capo di Posillipo a Chiaia, e oltre, punteggiavano quel tratto di costa. Quella di Lucullo, tra tutte, che si estendeva dall’isolotto di Megaride al monte Echia. Altro elemento importante è capire come quell’anfora sia arrivata nello specchio di mare dove poi è stata ritrovata. Secondo l’archeologo Enrico Stanco, che ha seguito le operazioni di recupero dei carabinieri, l’anfora sarebbe rimasta impigliata nelle reti dei pescatori durante una “calata” nelle acque di quella zona di mare. «E tuttavia – spiega l’archeologo – bisognerà capire se l’anfora stava già là oppure vi è stata trascinata». E questo perché se il contenitore è stato sempre in quell’area allora si può pensare a un’anfora che faceva parte di un grosso carico che per ragioni diverse è stato perduto dal legno che lo trasportava. A pochi metri dal banco sul quale è stata rinvenuta la costa scende rapidamente a un livello di meno cento metri. E dunque proprio laggiù potrebbero essere conservati i resti del naviglio su cui era imbarcato il carico. Un relitto che se individuato e recuperato potrebbe fornire altri e ben più importanti tasselli di storia. Insomma, solo attraverso ulteriori indagini, rese comunque difficoltose dalla profondità, se ne potrebbe capire di più. Così come si dovrà aspettare circa un mese per poter analizzare il reperto. L’anfora, che si presentava coperta da concrezioni calcaree per circa i tre quarti della superficie, è stata sottoposta a desalinizzazione. Operazione che durerà circa un mese e che serve a eliminare per intero il sale marino contenuto nei pori del manufatto. Solo allora, come sottolinea Stanco, si potrà pulire la superficie e restaurare l’anfora. E dunque vedere se sulla superficie ci sono o meno bolli di produzione. E allora sarà chiaro anche se la fabbrica che la produsse era campana (anfore tipo Dressel vennero fabbricate in Campania, e nell’area vesuviana in particolare, a partire dagli ultimi decenni del I secolo avanti Cristo) o di altra regione, segnando le rotte commerciali di duemila anni fa. Ecco perché, dunque, quella ritrovata non è «solo» un’anfora ma un pezzo di storia nascosta che dopo duemila anni riemerge, letteralmente, dal mare di Napoli. (Carlo Avvisati – Il Mattino)

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