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La tragedia di Ischia con la morte di una 13enne e del maestro di immersioni. Chiesto il processo per tre istruttori sub

Ischia. Un tentativo disperato di lanciare l’allarme, di chiamare i soccorsi, di salvare la propria vita e quella della piccola che l’aveva seguito fin dentro quella maledetta grotta. Un tentativo, quello di un istruttore di sub da un anno senza più patentino, di lasciare le bombole alla piccola di 13 anni e di provare a risalire a galla sfidando la pressione e i limiti dei propri polmoni nella speranza di un miracolo. Scene da un inferno marino, quello che ha ucciso lo scorso 13 agosto Lara Scamardella di Baia, studentessa non ancora 14enne, e Antonio Emanato: furono protagonisti di una tragedia, lì a sedici metri di profondità, tra l’isolotto di Vivara e la secca delle formiche, secondo quanto viene ricostruito dalla richiesta di rinvio a giudizio firmata ieri dalla Procura di Napoli. Sono tre gli imputati che dovranno sostenere il processo per omicidio colposo, secondo quanto emerso dalla richiesta di rinvio a giudizio spedita ieri dai piani alti della Procura. Indagine del pm Francesca De Renzis, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Nunzio Fragliasso, finiscono sotto processo il titolare della società di immersione «Sealand adventure» di Baia e altri due istruttori della stessa società. Sono diverse le irregolarità e le presunte negligenze che vengono attribuite a quel gruppo di sub professionisti, ritenuti responsabili di non aver messo in campo tutte le precauzioni necessarie a tutelare la vita dei propri compagni di escursione. Quella mattina Emanato firmò la liberatoria per conto della sua giovane allieva. Era il suo istruttore, ma il suo tesserino era scaduto da un anno, motivo per il quale si appoggiava nel diving center di un ex collega. Ma è lunga la serie di irregolarità, a giudicare dagli accertamenti condotti dagli uomini della Guardia costiera di Ischia. Si parte proprio dalla posizione del soggetto più debole, dalla giovanissima Lara, che non possedeva ancora il brevetto junior. Per lei, quel giorno di metà estate, quella sortita in barca con gli istruttori era solo la terza immersione della sua giovane vita, troppo poco per affrontare acque agitate, rese mosse dalle cattive condizioni del tempo. Per legge, la piccola avrebbe potuto solo calarsi in acque libere, fino a dodici metri di profondità, a differenza di quanto invece avvenne quel giorno tra Vivara e Ischia. Una immersione oltre i sedici metri, per giunta all’interno di una cavità naturale, che invece avrebbe richiesto ben altra esperienza, ben altra capacità di resistenza. Ma non è tutto. Altro comportamento oggetto di contestazione da parte della Procura riguarda la circostanza secondo la quale gli istruttori ad inizio dell’attività avrebbero dovuto fare una sorta di briefing rivolto a tutti i partecipanti dell’immersione, come previsto dalle ordinanze di disciplina di polizia marittima, emanate dalle varie capitanerie sul territorio nazionale. Alle ricerche dei due sub parteciparono, oltre alla Guardia Costiera, i sommozzatori del nucleo – Speleosub – dei vigili del fuoco di Napoli e Brindisi che riuscirono a trovare prima il corpo dell’istruttore Antonio Emanato, privo di bombole, e quando le condizioni visive migliorarono, nella cavità riuscirono a trovare e a recuperare il corpo della 13enne Lara Scamardella che aveva le sue bombole in dotazione e quelle dell’istruttore. L’uomo, probabilmente, in un disperato tentativo di salvare la ragazza le aveva ceduto le sue bombole e stava tentando di risalire in superficie per chiedere soccorsi ai propri colleghi. Impietose e agghiaccianti le immagini finite agli atti dell’inchiesta condotta dalla Procura di Napoli. La prima parte della visita sottomarina conferma in modo struggente l’entusiasmo della piccola Lara, che si diverte tra ricci e stelle marine, in una situazione di completa calma ed armonia. Scenario idilliaco che si infrange con la decisione di entrare in una cavità naturale, una grotta localizzata a sedici metri di distanza dalla superficie. Ed è questo il momento in cui le immagini lasciano il campo al buio profondo, alla mancanza di luce, segno di un improvviso intorbidimento delle acque. Drammatici gli ultimi momenti catturati dalla videocamera, con quelle urla soffocate dal boccaglio dell’ossigeno e con il battito cardiaco che va avanti ancora per un po’, prima di quella tremenda fine. (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)

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