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Il cinema piange Vittorio Taviani

Si è spento nella mattinata di ieri uno dei maestri del cinema italiano, erede del Rinascimento e della tradizione musicale e letteraria italiana, figlio della insuperata stagione del NeoRealismo

 Di OLGA CHIEFFI

Questa settimana d’aprile ci ha privato di ben due maestri del cinema quasi coetanei, Milos Forman e Vittorio Taviani, due registi  non lontani per tante vicende, entrambi visionari, che hanno posto la loro opera a servizio della libertà. Se Forman ha avuto la sua infanzia segnata proprio dal nazismo e, in seguito, dalla morte dei suoi genitori proprio per mano dei tiranni, diventando un vero e proprio celebratore della vita e della libertà di espressione, portando con sé l’identità ed i temi della sua cultura, Vittorio di famiglia dichiaratamente antifascista, è stato segnato dalla guerra molto prima del 1940, proprio per quella “cimice” , mai accettata dal padre Ermanno, con le terribili incursioni delle squadracce, durante la dittatura, che fecero saltare in aria anche la casa di famiglia, in San Miniato. La musica nei film di questi due registi, dal twist al jazz, dalla polka, al pop, alla musica da camera fino ai concerti e al melodramma, è sempre servita a rendere meno amaro il livello di critica sociale, a sottolineare le assurdità del contesto, a farne una sorta di commento a cui non servono parole. La gioventù ceca non è diversa da quell’Europa occidentale, italiana: i padri incarnano il potere in famiglia, le madri funzionano da “ammortizzatore sociale”. I corpi scoprono il piacere, pur tra esitazioni, paure, frustrazioni. Le illusioni sono tante, come i desideri,  poi arrivano gli scoramenti, i fallimenti, le crisi. Milos Forman e Vittorio Taviani sono stati grandi uomini di cinema: la mano solida, l’inquadratura eloquente, il ritmo adeguato al soggetto, la scrittura efficace. Il segno registico incisivo si distingue quando c’è la capacità di cogliere l’espressione giusta, quella che racconta un comportamento, un modo di essere, uno stato d’animo. Se lo scorso anno si era festeggiato il quarantennale di Padre padrone, da ieri non si potrà più dire, “i Taviani”, ma, per leggi di Natura, solo fisicamente. Vittorio documentarista, sceneggiatore e regista di lungometraggi insieme a Valentino Orsini, anche lui toscano, e al fratello Paolo, verrà ricordato per  Un uomo da bruciare e I fuorilegge del matrimonio. Nel 1967 cominciò con Paolo la grande ascesa, realizzando I sovversivi. Nel suo percorso come autore di un cinema civilmente impegnato, ha trovato spazio e tempo per dedicarsi in particolare alla trasposizione di opere letterarie, quali Sotto il segno dello Scorpione (1969); San Michele aveva un gallo … (1971); Allonsanfàn del 1974 con Marcello Mastroianni e Lea Massari; Padre padrone (1977) premiato a Cannes, e ancora, La notte di San Lorenzo,(1982); Kaos (1984); Fiorile (1993); Le affinità elettive del 1996 da Goethe; Tu ridi (1998). Dopo il Leone d’oro alla Carriera ricevuto nel 1986 da entrambi i fratelli, passa a dipingere il sogno americano attraverso l’artigianato scenografico in Good Morning Babilonia (1987). Del 2007 è La masseria delle allodole, che racconta il genocidio del popolo armeno durante la prima guerra mondiale, mentre nel 2012 i due registi hanno diretto “Cesare deve morire”, dramma carcerario ambientato a Rebibbia, recitato dai detenuti stessi e ispirato al Giulio Cesare di William Shakespeare, che nello stesso anno ha trionfato a Berlino con l’Orso d’oro al Festival di Berlino ed è valso a Vittorio e Paolo anche i due maggiori premi ai David di Donatello, quelli di miglior film e di migliore regista. Nel 2015 Vittorio, insieme a Paolo è tornato alla regia con Meraviglioso Boccaccio, liberamente ispirato al Decamerone, cui ha fatto seguito nel 2017 Una questione privata, film che non ha salutato il lavoro sul set di Vittorio. Noi ricordiamo il regista, a Salerno, protagonista di un ciclo di conferenze sul cinema in Santa Apollonia, passeggiare sul nostro Lungomare, con la signora Carla, affiancato dal nostro pointer Dick, che sapevamo razza d’elezione della sua famiglia. Oggi, ritroviamo l’essenza del suo cinema basato sul rapporto tra immagine e suono, incontro-scontro, silenzio vissuto come presenza musicale, la coralità e l’epicità delle immagini, la ricerca di verità, attraverso la memoria e la propria storia, di autenticità nella scoperta e divulgazione dei valori più profondi e necessari per la vita dell’uomo contemporaneo, per la realizzazione di un mondo migliore, nello sguardo della figlia Francesca, violoncellista, titolare della cattedra di musica da camera qui al Conservatorio di Salerno, che abbracciamo con grande affetto insieme alla grande famiglia Taviani. Il viaggio continua, fino alla fine dei tempi.

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