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I vestiti inquinano tantissimo, sia quelli sintetici sia quelli con fibre naturali. La soluzione? Tessuti dai prodotti di scarto foto

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E’ difficile pensare che ogni volta che si compra o si butta un vestito si inquina più o meno pesantemente il nostro pianeta. Eppure è così. L’ultimo lavoro che ci ricorda questa verità è stato pubblicato dalla Ellen MacArthur Foundation. Il dato più allarmante riguarda la produzione di anidride carbonica: ogni anno l’industria dell’abbigliamento ne produce 200 milioni di tonnellate a cui si deve aggiungere l’uso di un’enorme quantità di acqua, di energia e di terre che vengono sottratte all’agricoltura di sostentamento.

La maggior parte dei vestiti infatti, sono prodotti con tessuti sintetici, in particolare con poliestere, che risulta essere resistente, elastico e rimane tale nel tempo. Ma ha un grande difetto: non è biodegradabile. Inoltre ogni volta che i vestiti vengono lavati rilasciano microparticelle nell’aria e nell’acqua (ogni ciclo di lavaggio rilascia almeno 700.000 fibre) che finiscono nei rubinetti di mezzo mondo.

Spesso poi alcuni vestiti vengono impermeabilizzati, pensando di fare un grande piacere a chi li compera, ma poiché per il processo si usano spesso sostanze fluorochimiche, per la loro produzione si hanno sottoprodotti fortemente tossici.

Si potrebbe pensare allora di essere “più verdi”, indossando solo vistiti di prodotti naturali come la lana e il cotone. Questi si degradano più facilmente, ma non sono poi così inerti nei confronti del nostro pianeta. Ad oggi ad esempio, il 2,5 per cento delle terre coltivabili sono sfruttate per la produzione del cotone, terre che vengono sottratte soprattutto a Paesi poveri. Inoltre per incentivare la produzione si usano pesticidi, fertilizzanti e grandissime quantità di acqua. E in più c’è il fatto che per essere lavorato il cotone richiede molta più energia che non le fibre sintetiche. Tutto questo mentre ogni secondo nel mondo si butta un camion pieno di vestiti, in quanto si consumano complessivamente più di 80 miliardi di capi d’abbigliamento all’anno. E per convenienza puramente economica i vestiti vengono sempre più prodotti in Asia meridionale e orientale, luoghi molto distanti dalle aree dove si fa maggior consumo di vestiti, ossia l’Europa e gli Stati Uniti. Solo per il trasporto il pianeta deve subire inquinamento e un forte dispendio di energie.

Ma c’è chi vuole realmente dare una svolta alla situazione.
Nel mondo sono nate diverse società che stanno cercando soluzioni alternative. A partire dall’Italia, dove è nata la Orange Fiber, che, come sottolinea il suo stesso nome, produce tessuti partendo da scarti di agrumi.

La fibra prodotta a partire dagli agrumi da Orange Fiber.
Vi è poi la Bolt Thread che crea una seta artificiale più resistente all’acqua della seta naturale, che si produce utilizzando zucchero, acqua e lievito geneticamente modificato.

La Qmilk, una società tedesca, crea fibre di abbigliamento da proteine del latte.
Tra tutte c’è anche la Nanollose che ha alle spalle una particolare storia. Il suo fondatore Gary Cass stava lavorando per un’azienda vinicola di un amico australiano al termine della sua tesi di laurea in agronomia, quando si dimenticò di aggiungere anidride carbonica al vino. Fu così che i batteri si riprodussero a dismisura formando una specie di buccia sulla superficie del vino che ovviamente si dovette buttare. Venti anni dopo Cass stava lavorando come tecnico presso l’Università dell’Australia occidentale a Perth, quando una casuale conversazione con la stilista Donna Franklin (nota per il suo marchio di abbigliamento), lo portò a ricordare l’episodio e al fatto che quel che si era creato era una specie di pelle viscida. Cass e Francklin, la quale crede fortemente nel tentativo di produrre vestiti alternativi, si misero in società per produrre abiti dal vino e dalla birra. I risultati vennero esposti all’Expo di Milano del 2015. Ora a distanza di due anni, la società di Cass sta commercializzando l’idea di produrre fibre usando foglie, batteri Acetobacter e rifiuti della lavorazione della noce di cocco. La strada, dicono un po’ tutti i mecenati di questa innovazione, è ancora molto lunga prima di diventare realmente concorrenziale con quella classica, non tanto perché non si può arrivare a un risultato concreto e su larga scala, ma perché l’industria dell’abbigliamento ha alle spalle una tecnologia vecchia di secoli in continua trasformazione e una enorme quantità di finanziamenti che invece mancano alla nascente industria dell’abbigliamento non inquinante.
Luigi Bignami-Businessinsider-28/3/2018

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