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A Pomigliano Di Maio abbraccia la sua gente e detta l’agenda di governo: «Stop vitalizi, stipendi d’oro e sprechi»

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Palloncini gialli, un palco con una sola grande parola: «Grazie». Bandiere e migliaia di persone. Là dove Luigi Di Maio, capo politico dei Cinque Stelle e premier designato dal Movimento, s’è fatto le ossa. Dove undici anni fa (l’8 settembre 2007, ricorda con pignoleria), quando la sua avventura prendeva forma, passava le giornate sotto un gazebo a distribuire volantini, a raccogliere firme e a convincere i concittadini della sua Pomigliano D’Arco, con la parlantina già fluida e tagliente dei suoi «buoni argomenti». Ieri sera la scena era completamente cambiata in piazza Primavera, che da qualche anno è intitolata a un altro politico, Giovanni Leone – partito da questa terra per diventare presidente della Repubblica – ma prima ancora presidente del Consiglio. E da presidente del Consiglio Di Maio ha parlato. «Sentivo il bisogno di venirvi ad abbracciare» ha esordito «perché qui si è fatta la Storia, al di là dei numeri e delle percentuali». Prima di salutare ha voluto accanto a sé (quasi) tutti i parlamentari eletti in Campania, oltre sessanta. A mostrare anche visivamente la potenza di fuoco che lo accompagnerà. Un concetto l’ha ribadito con forza, per un atto frontale alla Lega di Salvini: «Siamo una forza nazionale che rappresenta tutta l’Italia, siamo stati in grado di ricucire il Paese, superando le ideologie. Siamo proiettati a governare perché rappresentiamo tutti. Non siamo come altre forze territoriali che sono quindi punti sotto di noi. Non vogliamo andare a Palazzo Chigi per farci i selfie, ma per far valere i vostri diritti». È stato un autentico comizio che ha guardato avanti e indietro. «C’era chi in questo collegio ci ha insultato». Il nome di Vittorio Sgarbi non lo fa. Non ce n’è bisogno. «A lui rispondiamo con un sorriso, non serbiamo rancore». Insiste sul tasto dei diritti. «Non sono l’uomo solo al comando. Noi vogliamo realizzare il programma che abbiamo presentato grazie al consenso di 11 milioni di italiani. Ci vogliono fare passare per quelli che hanno promesso soldi, mentre abbiamo sempre e solo parlato di diritti. E hanno insultato voi come quelli che vogliono solo i soldi. Ma adesso è cominciata la Terza Repubblica che sarà la vostra, sarà la Repubblica degli italiani». E annuncia la svolta già dal primo Consiglio dei ministri «per fare le tre cose promesse da piazza del Popolo, abolire i vitalizi, tagliare gli stipendi ai parlamentari e prendere 30 miliardi dagli sprechi per metterli in diritti». La rivendicazione principale è una sola: al Movimento spetta l’incarico. Mai finora l’aveva detto in modo così chiaro e tondo, tagliando le gambe a qualsiasi ipotesi di affidare l’incarico del primo giro ad altri, a cominciare da Salvini. «Ci sono da eleggere i presidenti delle Camere – ricorda – noi siamo pronti al dialogo con tutti ma dovete venire a parlare con noi perché sennò è difficile fare qualcosa in questa legislatura». Il tour del ringraziamento era cominciato ad Acerra, alla sede del Comitato elettorale, poco lontano dal Castello Baronale. Con gli attivisti dei primi Meet Up è tutto il nuovo elettorato che lo ha aspettato sotto la pioggia, assiepato fuori a una stanzetta spartana con panche e qualche sedia, affollato di telecamere e manifesti, tra i quali spiccavano quelli della campagna contro l’inceneritore, uno dei punti della battaglia grillina che più ha conquistato i cuori della provincia a nord di Napoli, e un’immagine del patrono san Cuono. Tra i più mobilitati per l’arrivo del premier in pectore molti dei ragazzi che da anni si sono battuti per la difesa dell’ambiente. Giovani, anziani, studenti, facce entusiaste. È stata un’attesa lunga per un bagno di folla fatto solo di selfie. In pratica Luigi è arrivato con due ore di ritardo con il van nero pentastellato, ha fatto appena a tempo a scendere e percorrere una cinquantina di metri. Selfie, saluti dal predellino, grida di “pre-si-den-te pre-si-den-te” e “Lui-gi Lui-gi”, applausi dai balconi. Poi con una faccia tesa che nascondeva un sorriso affaticato, sotto i riflettori delle telecamere è tornato indietro, senza dire una parola. Solo strette di mano, scavalcando il cordone di polizia. La delusione di chi ha atteso invano: erano almeno un migliaio le persone smaniose di vedere la Madonna pellegrina, appena mitigate da un’apparizione mordi e fuggi che comunque era meglio di niente. Le mamme con i bambini in braccio e le ragazzine con l’inseparabile smartphone pronto a colpire potranno un giorno dire: «Io c’ero». Erano arrivati anche dai paesi vicini, persino fuori dal collegio, dal basso Casertano. Ma il grosso era locale, con i militanti in prima fila e non si sono risparmiati nell’organizzare un evento preliminare alla grande festa pomiglianese. Ombrelli per proteggere le bandiere e far sventolare il simbolo del movimento. «Abbiamo fatto una campagna porta a porta, distribuendo volantini per strada» racconta con entusiasmo Diamante Borzillo, ex imprenditrice di San Felice a Cancello, ora solo mamma a tempo pieno. «Subito ci siamo resi conto del successo che poteva e che stava arrivando». Non si stupisce, anzi incalza: «Capivamo che la gente cominciava a riamare la politica, dopo essersene allontanata. Era stanca di sindaci in galera di lavoro che manca, del commercio tartassato, dei privilegi per pochi». Le fa da sponda Carmine Mormile di Arienzo che sventola in solitaria lo stendardo bianco. Aveva quattro negozi. La crisi l’ha strangolato, dice, e ora fa l’impiegato. «In passato ho votato tutti» rievoca «il Pci di Berlinguer, Craxi, Di Pietro. Ma sono stato sempre deluso. Ora la nostra speranza resta Luigi». A ribadire i concetti ci pensa subito dopo l’unica consigliera comunale grillina che è aveva corso per fare il sindaco, l’avvocata Carmela Auriemma che intrattiene la folla impaziente spiegando che «quando non ci sono legami locali la popolazione si esprime liberamente. E non è stato un voto di protesta, ma di speranza e di cuore». Il cuore che è battuto domenica e che continuerà a battere a Pomigliano, ad Acerra e anche a Volla, dove Di Maio non ha voluto mancare, infilando di corsa un’altra tappa. Anche qui medesimo copione. Non è riuscito neanche e ad arrivare alla sede di Punto Sos Antiequitalia. Saluto dal predellino. E via a Pomigliano dove l’aspettavano pazienti ed esaltati: «È Gigino, Gigino nostro». (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)

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