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M5S, porte chiuse a de Magistris, no a patti per Regione e Comune. Grillini stizziti per le parole del sindaco di Napoli

Sorpresa, ironia, battute e qualche sfottò in casa Cinque Stelle dopo le parole di ieri di Luigi de Magistris il quale apriva ai pentastellati non rinunciando a criticarli. «È come se il sindaco non avesse capito lo tsunami che si è abbattuto sul mondo politico», il commento più elaborato. E sarcasmo duro, affilando le armi per ben altre battaglie, è riservato a Vincenzo De Luca: «Ma come? Oggi non ha fatto una sua inaugurazione, una sua uscita pubblica. Che fa, è scomparso?». La festa è continuata anche ieri, prima tra la foltissima pattuglia dei sessanta eletti, poi con l’arrivo di Luigi Di Maio in Campania con bagno di folla tra Volla, Acerra e la sua Pomigliano. Numeri da tilt. Dopo tre giorni no-stop, in cui qualcuno non è andato neanche a dormire, l’adrenalina e l’entusiasmo per un successo andato oltre ogni previsione inizia a cedere il passo alla stanchezza. Prima la tensione per assicurare che il voto nei seggi fosse assolutamente regolare. Poi un piccolo scoramento alla pubblicazione dei primi exit poll alle 23 di domenica. Quindi la gioia incontenibile quando le proiezioni sui dati reali riconoscevano che i Cinque Stelle avevano superato il muro del 30%. Infine l’esplosione notturna con l’arrivo dei primi dati della Campania con il «cappotto» nei collegi uninominali travolgendo tutti e tutto, da De Luca a Salerno a Mastella a Benevento a De Mita ad Avellino, umiliando il Pd, devastando il centrodestra perfino a Caserta. Mentre dai quartieri di Napoli piovevano cifre pazzesche: 56% a Bagnoli, 65% a Barra, 63% a Miano, 60% a Ponticelli e ancora 65% a Scampia, 58% alla Vicaria, 55% a San Carlo all’Arena. Un effetto flipper che ha lasciato tutti gasati per l’intera notte e per tutto lunedì. L’incontro. Ieri è stato necessario affittare un hotel a Nola, al «Vulcano buono», per riunire i nuovi eletti: sono in 60, 40 alla Camera e 20 al Senato, di cui solo 9 uscenti (oltre a Luigi Di Maio, Roberto Fico, Luigi Gallo, Carlo Sibilia e Angelo Tofalo, mentre al Senato tornano Vilma Moronese, Paola Nugnes, Sergio Puglia e Andrea Cioffi). Gli altri, in larga parte, non si conoscevano neanche fra loro perché tra parlamentarie e campagna elettorale, sono per lo più rimasti a lavorare nei loro territorio. «Una festa di comunità», raccontano con l’entusiasmo a mille. Perché la struttura è ormai quella di un partito, con la necessità anche di prendere decisioni in modo rapido ed efficace e inevitabilmente verticistico, ma il sentimento è quello di un gruppo legato da rapporti umani e da un ideale comune in una dimensione personale che resta molto importante. Lo sfottò. «Ma è caduto con la testa a terra?»: è la domanda che si è rincorsa tra social, whatsapp e nell’incontro a Nola tra attivisti, portavoci e parlamentari. Il bersaglio, per una volta, non è Vincenzo De Luca ma Luigi de Magistris. Che lunedì ha «teso la mano al M5S» dicendo: «Se loro andranno oltre l’autosufficienza e si apriranno alle forze che hanno coniugato la rottura di un sistema politico all’affidabilità di governo, noi ci stiamo». Magari dal punto di vista del sindaco voleva essere una prova di dialogo e una distensiva apertura politica, tuttavia guardato dalla parte di chi ha avuto a Napoli e provincia il 54%, sfiorando il 50% a livello regionale, non si poteva che sorridere. «Ci fa la lezioncina», il commento più soft. E sulla critica del sindaco ai Cinque Stelle: «Dove hanno governato non hanno governato non hanno dato il meglio di loro stessi», la reazione è stizzita: «Ma da che pulpito arriva la predica». Anche perché, dati alla mano, i risultati nei Comuni gestiti dal Movimento sono stati tutt’altro che disprezzabili. Qualcuno si è spinto perfino a citare la famosa frase di Piero Fassino: «Ma si faccia un partito e vediamo quanti voti prende, altro che pontificare». La strategia. Perché i penta stellati vanno avanti da soli. Per Dna, perché non si sono mai alleati con nessuno nemmeno quando, come alle elezioni per il Comune, è stato fortemente penalizzante essere fuori da una coalizione, magari fatta solo di listine e listarelle senza speranza destinate a offrire a chiunque un posto da candidato e raccattare qualche centinaio di voti. Per ideologia, perché le ricette proposte dai grillini sono ormai strutturate e sancite e non sono in molti a condividerle davvero fino in fondo. Per voti, perché quando si ha già la maggioranza assoluta non si ha bisogno di nessuno, nemmeno di Luigi de Magistris. Per capacità, perché il Movimento ha anticipato tutti correndo più avanti degli altri partiti e degli altri movimenti, compresi gli «arancioni» del sindaco che si ritrovano con il fiatone e senza una struttura quantomeno regionale per reggere la competizione stellata. Gli obiettivi. Prioritario, per il momento, è abbattere Vincenzo De Luca sul quale, inevitabilmente, ieri fioccavano ironia e sarcasmo: «Ma come oggi nessuna inaugurazione, nessun intervento in pubblico?». La Regione è nel mirino. Non solo perché è la scadenza elettorale più vicina, si voterà nel 2020, ma anche perché lo sfaldamento del Pd e il risultato elettorale potrebbero avere conseguenze dirette sulla tenuta di Palazzo Santa Lucia. L’idea è di sfruttare il mandato ottenuto da così larga parte dei cittadini e coniugarlo con il malcontento ormai esploso pubblicamente sulla gestione di alcune società regionali dopo l’inchiesta di Fanpage. Un mix con cui si spera di azzerare De Luca. E dopo, in ogni caso, i Cinque Stelle correranno da soli, visto che da domenica è certificato che la maggioranza assoluta dei consensi è del Movimento. Il disegno. Difficile guardare più lontano, per il momento, in casa Cinque Stelle. Anche perché, subito dopo il voto di domenica, l’attenzione è tutta puntata sul governo nazionale. C’è da giurare, tuttavia, che il Movimento cercherà di espugnare anche Palazzo San Giacomo con le proprie forze. Certo il 2021 è ancora lontano. Tuttavia con un de Magistris giunto ormai al suo secondo e ultimo mandato senza che si profili un successore forte, con il Pd ridotto ai margini della vita politica, il centrodestra allo sbando, non c’è proprio nessuna ragione di cercare alleati. Il dato della Camera, che raggruppa i soli collegi cittadini, è chiaro: 52,65%. Gli altri partiti sono avvisati. Come i maggiori esponenti politici. Che si chiamino De Luca o Carfagna, ma anche de Magistris. (Fulvio Scarlata – Il Mattino)

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