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La lotta all’Aids guarda alle donne. Attiviste e ricercatrici unite per sconfiggere la malattia

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Il Croi, congresso che riunisce oltre quattromila studiosi e che si apre a Boston, guarda alla ricerca femminile
La Repubblica- ELVIRA NASELLI
05 Marzo 2018

BOSTON – Questo è l’anno delle donne, premette Sharon Hillier dell’Università di Pittsburgh alla platea della venticinquesima edizione del Croi, la conferenza sui retrovirus e le infezioni opportunistiche. E strappa il primo applauso. Perché spesso – troppo spesso – le donne non firmano gli studi, non entrano nei trial clinici, non “fanno” scienza. E invece – recita il titolo della sessione, una delle primissime di apertura del Croi, congresso che riunisce oltre quattromila studiosi specializzati in Hiv – la scienza è migliore quando le donne sono rappresentate.

Tanti piccoli segnali, forse arrivati tardi, ma meglio che niente. La raccomandazione del comitato scientifico del Croi a tutti coloro che hanno presentato studi, per cominciare: se ci sono differenze rilevanti per sesso o altri gruppi demografici, è necessario aggiungere una analisi differenziata durante la presentazione del proprio abstract. E poi nel programma cartaceo distribuito a tutti i relatori – infettivologi arrivati da tutto il mondo – c’è una intera sessione dove è possibile individuare gli studi correlati al mondo femminile. Dall’utilizzo della Prep, la profilassi da seguire prima dell’esposizione a rapporti sessuali non sicuri, alle modalità per evitare la trasmissione del virus Hiv al bambino durante il parto. Dall’anello vaginale con la ribavirina da utilizzare per prevenire i contagi al microbioma vaginale e al rischio di infezione Hiv.

LO SPECIALE AIDS
Un inizio di congresso tutto al femminile. E sul palco, oltre alle scienziate, arrivano le attiviste.

Donne che hanno lottato, soprattutto in Africa, per avere i test per l’HIV prima e il trattamento retrovirale dopo. Con manifestazioni davanti alle sedi dei congressi – come quello celebre di Durban che vide la presenza di Nelson Mandela – per rivendicare la cura per una malattia che ancora oggi colpisce le donne quasi quanto gli uomini. “Ancora lottiamo per l’inclusione – declama con il suo magnifico vestito africano coloratissimo Dázon Dixon Diallo, fondatrice dell’associazione SisterLove – e continueremo a combattere, come facciamo oggi per la Prep. Non dobbiamo chiederci perché non includere le donne nei trial, ma perché non è stato fatto finora. Noi siamo e saremo qui, finché tutto non sarà finito”.

Oltre alla donne attiviste ci sono le scienziate. Ancora poche, troppo poche. Dal 2014-2017 solo il 7,8 per cento dei lavori sull’Hiv pubblicati su Science era scritto da una donna, l’8,3 per cento di quelli pubblicati su Nature, l’11,4 su Cell. Percentuale più alta, il 36%, tra le donne invitate al congresso annuale del Croi. Mentre tra i professori di livello più alto solo il 22 per cento è donna, nel 2015-2016. Era il 14 per cento nel 2003-2004. Un passo avanti di solo l’8 per cento. Maggiore lo scarto quando invece le posizioni si abbassano. Perché le donne forse si accontentano. Oppure perché non riescono ad andare più in alto.

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