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Fertilizzanti alla bioplastica, eco-diserbanti, inibitori del metano dei bovini. Le migliori idee biotech per agricoltura e allevamento

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Francesca Parodi-Bussinessinsider
29/3/2018
Se lo sviluppo industriale ha comportato, come rovescio negativo della medaglia, pesanti impatti ambientali, la moderna tecnologia sta fornendo valide soluzioni al problema dell’inquinamento, anche nel settore primario, dove oggi la domanda di sostenibilità e attenzione all’ambiente è in forte crescita.
Per risolvere il problema dello smaltimento della plastica, per esempio, l’azienda italiana Bio-On Spa ha creato la bio plastica PHAs: un materiale completamente biodegradabile, 100% naturale (realizzato da fonti di scarto di lavorazioni agricole, come melasse e sughi di scarto di canna e barbabietola da zucchero), in grado di sostituire le principali famiglie di plastiche tradizionali per prestazioni, caratteristiche termo-meccaniche e versatilità.

Nel tempo, il PHAs di Bio-on si sta rivelando utile anche per utilizzi completamente nuovi in ambiti fino ad ora non presidiati. Ad esempio, può essere applicato al settore dell’agricoltura. E’ nata così la newco U-Coat, società controllata da Bio-On, che ha commercializzato una soluzione innovativa con la plastica biodegradabile per il rilascio controllato nel terreno di fertilizzanti a base di urea.

“Da diversi anni c’era la necessità di una soluzione in questo campo: i fertilizzanti, una volta nel terreno, rischiano con le forti piogge e l’umidità di diventare inefficaci, compromettendo le coltivazioni” spiega a Business Insider Italia Marco Astorri, presidente e Ceo di Bio-On.

Tra i fertilizzanti, il più diffuso al mondo è quello a base di urea, con una produzione annua mondiale di 180 milioni di tonnellate, in crescita costante del 4% annuo, e con un prezzo medio a tonnellata di 300 euro. La soluzione Bio-On è quella di rivestire questo fertilizzante, che si presenta sotto forma di granuli, con la bio plastica PHAs.

“Con percentuali diverse a seconda delle caratteristiche dei vari terreni, la bio plastica PHAs che riveste il granulo di Urea protegge il fertilizzante da un rapido consumo. Si biodegrada naturalmente senza lasciare alcun residuo, e questo consente un rilascio controllato del fertilizzante nel terreno in funzione del tempo e dell’effetto richiesto” spiega Astorri.

Questa soluzione, che aprirà per i prossimi anni un mercato potenziale tra 2 e 8 milioni di tonnellate per anno di produzione dedicata, permetterà di ridurre i quantitativi di urea immessi nel terreno e di eliminare gli sprechi, con una conseguente riduzione dei costi e dell’impatto ambientale sul sottosuolo.

“Oggi il mercato va sempre più in direzione dell’ecosostenibilità e chiede soluzioni green innovative. Per questo bisogna puntare sullo sviluppo della chimica naturale e sostenibile del futuro” dice Astorri.

L’Italia non rimane indietro in questo business, e anzi è proprio una filiera italiana, la Edizero Architecture for peace, ad aver creato il primo diserbante ecologico, utilizzato anche negli Stati Uniti: il Natural Weed Control, realizzato da un gruppo di ricercatori sardi e derivante da un composto a base di scarti di malvasia, lana e olio d’oliva. In origine il progetto era legato alle api: la filiera di Ortolana, una realtà che si occupa di agritessili e di produzioni agricole bio, cercava una soluzione per salvaguardare questi insetti dagli agenti chimici dei diserbanti tradizionali. Grazie alla sinergia di diverse imprese e all’ausilio di Coldiretti, è stato creato un composto interamente naturale che attraverso il vapore e il calore, e senza alcun agente chimico, sprigiona un forte potere erbicida. A seconda della composizione, il bio diserbante può essere utilizzato per la protezione di orti, vigneti, frutteti e anche per il verde urbano.

La chimica moderna e le biotecnologie trovano applicazioni anche nell’allevamento, che con il 15% delle emissioni globali di gas serra, è il terzo settore più inquinante dopo quello energetico e industriale. Non tutti sanno, per esempio, che i bovini impattano in maniera significativa sul tema del cambiamento climatico, in quanto costituiscono la maggiore fonte di emissioni di metano al mondo. Il gruppo svizzero Zaluvida, specializzato nelle life sciences, ha proposto come soluzione Mootral, un integratore alimentare naturale in grado di ridurre le emissioni di metano causate dai bovini di almeno il 30%.

“La causa di queste emissioni sta nel sistema digestivo: i bovini hanno quattro stomaci che trasformano il cibo negli elementi nutritivi di cui hanno bisogno” spiega a Business Insider Italia Paolo Bani, professore di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Istituto di Zootecnica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. “Molti dei microbi presenti nello stomaco più grande, il ‘rumine’, sono ‘buoni’ e aiutano la digestione dell’animale, mentre molti altri sono ‘cattivi’ e sottraggono elementi nutritivi al bovino. L’effetto collaterale di questa fermentazione digestiva è la produzione di metano che viene emesso nell’ambiente, per la maggior parte, attraverso le deiezioni animali”.

Tutti i ruminanti producono metano, ma gli allevamenti di bovini sono numericamente superiori: oggi nel mondo ci sono più di 1,5 miliardi di bovini ed entro il 2050 si stima che il numero salirà a 2,5 miliardi. Considerando quindi che un bovino produce in media 2,4 tonnellate di anidride carbonica all’anno, cioè più delle emissioni annuali prodotte da un’automobile di medie dimensioni, tutti i bovini contribuiscono per 4,3 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno.

L’integratore Mootral, composto da ingredienti naturali quali l’allicina, uno dei principi attivi dell’aglio, ed estratti di agrumi, una volta introdotto nella dieta del bovino comporta una riduzione di microbi “inquinanti” nel microbioma dell’animale, a beneficio dell’intero pianeta: la somministrazione di Mootral a un terzo dei bovini nel mondo corrisponderebbe alla rimozione di circa 200 milioni di automobili dalle strade.

L’adozione di questo integratore, sottolinea Bani, sarebbe un costo aggiuntivo per gli agricoltori, ma d’altra parte la miglior salute dell’animale si rifletterebbe in una maggior qualità nella produzione di latte e carne. Per incentivare la riduzione di emissioni bovine di metano, in assenza di “certificati verdi”, si pensa persino di creare il “Cow Credit”, una nuova valuta di scambio che funzionerebbe come l’Emission trading scheme: un mercato per lo scambio di quote di emissioni inquinanti. Tuttavia, sottolinea Bani, bisogna prima trovare un modo per misurare in maniera esatta queste emissioni per poterle quantificare e stabilire un riconoscimento proporzionato a quanti optano per le riduzioni di emissioni.

“La domanda di proteine animali è destinata ad aumentare a livello globale” dice Bani. “Quindi non possiamo sottrarci alla sfida e immaginare di tornare al passato. Al contrario, dobbiamo adottare le migliori tecnologie che la scienza e l’imprenditorialità ci offrono e che oggi sono sempre più green, per migliorare l’efficienza e la sostenibilità del settore primario”.

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