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Fango sui tre napoletani scomparsi in Messico. Le autorità diffondono foto private: «Vedete, sono armati»

Fin dal primo momento gli investigatori messicani hanno provato a coprire di fango la vicenda dei tre napoletani scomparsi ma la svolta di ieri ha creato imbarazzo agli stessi media messicani: sono state diffuse alcune fotografie «private» di Antonio Russo, del fratello Daniele rientrato in Italia e del cugino, Vincenzo Cimmino, in compagnia di presunti esponenti della malavita o mentre maneggiano armi. La notissima e temuta conduttrice del tg di Televisa News, Denise Maerker, alla conclusione del servizio ha puntualizzato con forza: «Nessuna fotografia e nessuna presunta collusione con la malavita potrà impedire alle autorità di proseguire le ricerche degli scomparsi e andare a caccia della verità». Il tema l’ha centrato in pieno la giornalista messicana e può essere tradotto anche in maniera più cruda: il tentativo di bollare gli scomparsi italiani come persone di malaffare non servirà a nascondere le falle su indagini che vanno a rilento e che finora, nonostante quattro arresti e tre mandati di cattura non hanno portato a una verità sulla sorte dei tre napoletani. Le«analisi» delle fotografie effettuate dagli investigatori messicani avrebbero stabilito che, in almeno una delle immagini, quella dove c’è Antonio Russo, comparirebbe anche un volto noto della malavita locale di Jalisco, anche se gli investigatori si sono affrettati a chiarire che questo dettaglio non porta nessuna novità sul fronte delle ricerche. La sensazione, lo ribadiamo, è che si cerchi di gettare fango sui napoletani per nascondere le difficoltà nelle indagini. La verità è che, attualmente, la polizia federale brancola nel buio. I quattro agenti arrestati non forniscono dettagli utili a fare chiarezza sull’evento, non sarebbero nemmeno stati in grado di chiarire a quale gruppo malavitoso sono stati «ceduti» Antonio Russo e Vincenzo Cimmino e non avrebbero nemmeno saputo offrire particolari in grado di conoscere la sorte del primo degli scomparsi, il sessantenne Raffaele Russo. Insomma, non esiste una verità e nemmeno una pista concreta da seguire. È di ieri la notizia che gli agenti federali non hanno potuto acquisire nemmeno le immagini della stazione di servizio dove Antonio Russo e Vincenzo Cimmino sono stati fermati dalla polizia che poi li ha portati via. La vicenda è stata narrata, in diretta, da Antonio Russo che ha inviato diversi WhatsApp vocali al fratello Daniele nei quali spiegava del fermo da parte della polizia e del successivo trasferimento, sotto scorta. Proprio quei messaggi sono stati determinanti per focalizzare le indagini sulla polizia corrotta della città di Tecalitlan dove si sono svolti i fatti. E proprio le immagini delle telecamere di controllo della stazione di servizio sarebbero state determinanti per conferire ulteriori dettagli sul coinvolgimento degli agenti nel sequestro dei napoletani. Quando, però, sono state chieste le registrazioni al gestore del distributore, questi ha dichiarato di non averle perché proprio quel giorno il sistema di controllo era in manutenzione. Anche in questo caso si è rivelato determinante il ritardo con il quale sono scattate le indagini. Le autorità locali si sono mosse solo a partire dal 18 febbraio quando i parenti degli scomparsi, dopo aver chiesto l’intervento della polizia locale, sono tornati in Italia lanciando l’allarme. In quei diciotto giorni di «vuoto» la città di Tecalitlan è rimasta sotto il controllo della polizia locale, corrotta, che avrebbe dovuto indagare ma che, invece, ha avuto tutto il tempo per cancellare ogni traccia della vicenda. Solo il 20 febbraio, quando la protesta internazionale è divenuta insostenibile, c’è stato il blitz della polizia federale dello stato di Jalisco, nel quale ricade la cittadina, che ha preso il comando di Tecalitlan disarmando gli agenti locali e aprendo ufficialmente il percorso delle indagini. Fin da quel giorno il capo della polizia della cittadina, Hugo Enrique Martinez Muniz, si è reso irreperibile e rientra nella lista dei ricercati perché avrebbe dato lui stesso l’ordine di prelevare gli italiani. Sarebbero stati condotti in un luogo isolato fra le montagne della zona e consegnati a un gruppo malavitoso locale. Eppure nessuno dei quattro agenti (tre uomini e una donna) attualmente in arresto sarebbe stato in grado di fornire indicazioni precise sulle persone che avrebbero preso in consegna gli italiani. Nelle ultime ore s’è diffusa una voce, non confermata da nessuna autorità messicana, che anche il comandante della polizia di Tecalitlan, Martinez Muniz, sarebbe finito nelle mani della stessa banda di malviventi che sente sul collo il fiato degli investigatori e starebbe cercando di eliminare ogni traccia della vicenda. Insomma, la scomparsa del comandante corrotto non sarebbe stata «volontaria» e si sospetta che l’uomo possa aver fatto una brutta fine assieme ai tre poliziotti che non sono stati rintracciati dagli agenti federali e risultano ancora ricercati. C’è grande attesa, però, per la prima udienza del processo nei confronti dei quattro arrestati che si terrà nel pomeriggio di oggi (quando in Italia sarà sera). I parenti degli agenti si dicono convinti che sarà una maniera ufficiale per dimostrare l’innocenza dei loro congiunti, la Procura si dice certa che proprio nel corso del processo potrebbero venire fuori altri dettagli fondamentali per fare chiarezza sulla vicenda degli scomparsi italiani. I quattro poliziotti hanno già subito un primo provvedimento di arresto «preventivo» della durata di un anno. Se la corte li riterrà responsabili della scomparsa dei tre italiani rischiano severissime pene detentive che vanno dai trenta ai quaranta anni. Sul territorio di Jalisco, attualmente, ci sarebbero due differenti percorsi di indagine. Uno sulle tracce di Raffaele Russo e l’altro per Vincenzo Cimmino e per il figlio di Raffaele, Antonio. Gli investigatori sarebbero convinti che il sessantenne, la cui sparizione è avvenuta molte ore prima di quella dei congiunti, avrebbe subito una sorte differente da quella degli altri. Nessuno si sbilancia parlando di tragica fine e ogni dichiarazione ufficiale gira intorno alla parola «ricerche»: quelle su Raffaele porterebbero a luoghi differenti rispetto a quelle avviate per gli altri due napoletani. Non viene considerato determinante il particolare del segnale gps che ha «osservato» le due automobili degli italiani nello stesso luogo prima della disattivazione: le vetture sarebbero state condotte in quell’area da membri del clan malavitoso per essere smantellate: insomma, spiegano gli investigatori, Raffaele non avrebbe mai incontrato il figlio Antonio e il nipote Vincenzo. (Paolo Barbuto – Il Mattino)

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