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Divario salariale: quando portare la gonna è un problema

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Felicità Pubblica-28 FEBBRAIO 2018

“Volevo i pantaloni”. Era questo il titolo di un libro di Lara Cardella prima, di un film diretto da Maurizio Ponzi poi, che ha rappresentato un cult sia in Italia che all’estero alla fine degli anni 80. Il libro e la successiva pellicola raccontavano la storia di un’adolescente vittima del maschilismo della sua famiglia e del paese siciliano in cui viveva, ma soprattutto del disagio provocatole da tali restrizioni mentali e culturali.

Sono trascorsi quasi 30 anni da quel successo ma ancora oggi “indossare la gonna” in Italia non è poi così semplice. Mettiamo da parte questa volta le violenze e il femminicidio per dedicarci a una disparità tutta lavorativa che opprime – e deprime – troppe donne nel nostro Paese e non solo. Il divario salariale è, infatti, un problema molto serio sia in Italia che nel resto del mondo, tanto che l’Onu lo ha recentemente definito “il più grande furto della storia”.

Ma lasciamo, per un attimo, parlare i dati che ci arrivano dal rapporto annuale del World Economic Forum in cui – contro ogni previsione – si fotografa un peggioramento della situazione nel 2017. L’anno appena terminato, infatti, ha fatto registrare un aumento del divario salariale tra lavoratrici e lavoratori che svolgono le stesse mansioni. A preoccupare noi italiani deve essere in particolare il dato che arriva dall’Italia, che precipita all’82esimo posto in una classifica che conta 144 nazioni. Un balzo indietro a dir poco terrificante se si considera che nel 2015 il Belpaese occupava la 41esima posizione. All’origine del problema c’è in particolare la perdita di forza lavoro femminile che ha fatto precipitare l’Italia ben al di sotto della metà della classifica.

Il dato è la risultante di quattro indici di parità analizzati (accesso alle cure mediche, all’istruzione, partecipazione alla vita politica ed al mondo del lavoro) che hanno registrato, un po’ ovunque, un peggioramento a discapito ovviamente del genere femminile. Stando ai dati registrati dal World Economic Forum, di questo passo ci vorranno almeno due secoli per colmare questo gap.

Nel quadro decisamente nero, alcuni sprazzi di luce arrivano – come sempre – dai Paesi del Nord, come l’Islanda che guida la classifica e che appena un mese fa, in tema di divario salariale, ha addirittura approvato una legge che vieta le disparità restituendo dignità al gentil sesso. Aziende e uffici pubblici con più di 25 dipendenti dovranno infatti dimostrare che le donne sono pagate quanto i loro colleghi. Per chi non si attiene alla norma è prevista un’ammenda.

Ma non dobbiamo pensare che nei modernissimi Paesi del Nord le cose vadano tanto meglio per le donne, e in particolare per coloro che decidono di diventare mamme. Lo dimostra ad esempio la Danimarca dove, nonostante la maternità venga tutelata e il welfare sia decisamente ad alti livelli, avere dei figli rappresenta un problema sul posto di lavoro.

Se poi ci si mette anche l’Ue, che nei giorni scorsi ha dichiarato lecito licenziare donne in gravidanza, purché il provvedimento non dipenda dal loro stato interessante, allora vuol dire che a questo mondo portare la gonna è ancora troppo, troppo difficile.

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