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Nuova legge forestale: un assalto ai boschi italiani?

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LaMontagnaTV-GIAN LUCA GASCA
18 febbraio 2018

È attualmente all’esame della Commissione Parlamentare per la Semplificazione il Decreto Legislativo relativo al Testo Unico Forestale approvato dal Consiglio dei Ministri il 1 dicembre 2017. Decreto che nasce dalla volontà di aggiornare la normativa nazionale in materia di foreste e filiere produttive.
Non tutti sono però concordi con quanto scritto in queste pagine di legge, alcuni le ritengono un “assalto ai boschi italiani” o ancora affermano “che questo decreto è contro la costituzione e i diritti fondamentali dell’uomo”. Tra questi il professor Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale; il professor Gianluca Piovesan, ordinario di selvicoltura e assestamento forestale dell’Università della Tuscia; e ancora il professor Bartolomeo Schirone, professore ordinario di selvicoltura dell’Università della Tuscia, che abbiamo avuto modo di intervistare per farci raccontare il suo punto di vista su questa legge forestale.
Qual è secondo lei l’obiettivo della nuova legge forestale?
Credo che si voglia tornare, come afferma la stessa legge, a fare una gestione attiva dei boschi. Ovvero al taglio dei boschi. Una gestione che non sarebbe del tutto negativa perché è sempre necessario considerare gli aspetti produttivi. Quello che però sconvolge realmente è che non ci sia alcuna zonazione. Che non si distinguano boschi di produzione e di conservazione.
Se poi si guarda più in dettaglio la legge, in particolare andando ad esaminare tutti gli articoli che la contornano, ci si rende conto che l’obiettivo fondamentale è la possibilità di recuperare biomasse. Non si tratta quindi, come afferma la legge, di produzione legnosa per cui, tra l’altro, non ci sono nemmeno le filiere. Si tratterebbe di destinare la maggior parte del materiale recuperato alle stufe, alle biomasse.
Per lei quindi questa è una legge troppo generica e mancante di dati specifici?
Certo e credo che il fatto che sia generica è voluto. Solo in uno degli ultimi capitoli si parla necessariamente di statistiche e dati in cui mi preoccupa non poco il discorso degli inventari forestali. Non c’è chiarezza su chi li potrebbe gestire, va chiarito e poi bisogna capire come gestirli. Se non si specifica potrebbe accadere di tutto.
Cioè?
Partiamo dal fatto che questi prima facevano capo al Corpo Forestale dello Stato, ora accorpato ai Carabinieri che, al momento, rappresentano l’autorità che li gestisce. Si può essere d’accordo o meno sul fatto che la Forestale sia stata soppressa, ma i Carabinieri rappresentano un’autorità che merita la massima fiducia e fin quando questi inventari sono in mano loro siamo certi che i dati rimarranno quelli realmente raccolti… quando cambieranno i responsabili di questi potrà però accadere qualsiasi cosa.
Esistono in Italia boschi che realmente non devono essere toccati?
Certamente. Esistono boschi che assolutamente non dovrebbero essere toccati dall’uomo perché sono antichissimi. Basti pensare alla Val Cervara con le sue foreste vetuste, oppure a tutti quei boschi che non vanno toccati per ragioni storiche o per questioni di stabilità ambientale, come nel caso di quelli sopra Sarno. Quando elimini certi presidi naturali automaticamente si innescano processi erosivi senza controllo.
È mai esistita una legge che tutelasse i boschi sotto questi punti di vista?
La legge detta Serpieri del 1923 istituiva questa categoria di boschi che, salvo casi eccezionali, non potevano essere usati o toccati perché era chiaro il problema del dissesto idrogeologico. Nella nuova legge invece si parla di cedui per protezioni idrogeologiche ed è un controsenso a livello scientifico.
Nelle vostre osservazioni parlate di “naturalizzare senza l’intervento dell’uomo”, di rewilding strategy, cosa intendente dire?
Si tratta di un processo che è cominciato all’estero, negli Stati Uniti, in Australia e in molti Paesi dell’Europa. In pratica ci si è resi conto che è necessario lasciare degli spazi alla riconquista dell’ambiente da parte della natura. È necessario farlo per ragioni strettamente ecologiche, ma anche per ragioni culturali e turistiche perché l’uomo ha bisogno del selvatico. Ritornando alla legge è facile capire che non si può portare turismo in luoghi caratterizzati da boschi cedui. Chi mai andrà a fare turismo in zone di taglio?
Per lei quindi la legge è ricca di controsensi?
Si, esatto. Un esempio eclatante è quello dell’articolo 2 in cui si parla di garantire l’estensione della foresta, in cui si promuove la foresta. Però poi si scopre che tutte quelle aree abbandonate dove il bosco sta ritornando non sono ritenute boschive, ma terreni incolti. E cosa ancor peggiore sono le aree di rimboschimento artificiale, di riforestazione, anche queste non considerate boschive. Sono escluse dalla categoria “boschi” e quando li escludi vuol dire che possono essere eliminati, che li puoi tagliare.
E questo comporterebbe…
Un danno enorme perché le arre evidenziate prima rappresentano il 40% della nostra superficie forestale attuale. Se però si scrive che possono essere eliminati allora non sei a favore del rimboschimento. Quale logica esiste se si è a favore del rimboschimento e poi si vuole tagliare?
Una battuta per quanto riguarda le forme di sostituzione della gestione e di conferimento delle superfici forestali previste per province e regioni autonome?
È una cosa abbastanza grave. Tanto per cominciare la legge afferma che si può eliminare, trasformare, il bosco in una determinata area a condizione che questo intervento venga “compensato” e, la prima cosa che si pensa e che si debba “compensare” con un rimboschimento. Cosa contemplata offrendo però anche la possibilità di “compensare” queste opere con dei servizi come l’apertura di una strada o, cosa peggiore, si può “compensare” economicamente se autorizzato dalla Regione. Soldi che loro accantoneranno in un fondo forestale.
Ancora più grave è che i boschi considerati abbandonati, terreni incolti e via dicendo, possano essere affidati alla Regione se il proprietario non interviene. A quel punto la Regione può agire affidando la responsabilità del terreno a consorzi o cooperative di giovani. In pratica se tu non tagli viene data autorizzazione a cooperative, che possono anche essere cooperative di persone non amanti della natura.

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