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Napoli. False fatture, sigilli all’impero di Moxedano. Villa a Posillipo intestata a un bimbo di famiglia

Napoli. Un prestigioso appartamento in via Manzoni a Posillipo intestato a un bambino di pochi anni, una società sportiva per dilettanti che fattura contratti di sponsorizzazione per decine di migliaia di euro, sullo sfondo di una presunta finzione contabile. E ancora: un giro di fatture false, operazioni virtuali, una maxievasione fiscale che fa scattare provvedimenti cautelari. È questa l’ipotesi investigativa che ha spinto il gip di Napoli nord a firmare il sequestro di beni riconducibili a Mario Moxedano, ex vicepresidente del Napoli calcio. Tra i beni sequestrati anche un Suv Jaguar (del valore di sessantamila euro) e un lussuoso appartamento in via Manzoni a Posillipo, al termine delle indagini condotte dalla Procura di Aversa guidata dal procuratore Francesco Greco. Mesi di indagine, accertamenti e verifiche su un complicato incastro di società – quasi una sorta di scatole cinesi – per arrivare a individuare alcuni presunti prestanome. Ma andiamo con ordine, a ricostruire la trama fiscale riconducibile a un imprenditore che per alcuni mesi ha legato il suo nome alla società calcio Napoli. Sotto i riflettori finiscono due rappresentanti legali di due società finite al centro dell’attenzione della Guardia di Finanza: si tratta della 58enne Chiara Arco e del 43enne Andrea D’Alterio, entrambi di Mugnano e rispettivamente a capo della General Quality Service srl e Neapolis Games srl. Due società private che gestiscono sale da gioco e che finiscono nel mirino dei finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria guidata dal comandante Giovanni Salerno. Non sono il punto di partenza delle indagini, ma una sorta di approdo intermedio, alla luce delle verifiche che vengono fatte «di iniziativa» dagli stessi militari che, qualche tempo fa, si stavano occupando della società dilettantistico sportiva «Ascd città di Torre del Greco». Uno sceening durato qualche mese, al termine del quale i militari si accorgono dell’intreccio sospetto tra la società dilettantistica di Torre del Greco e le due aziende riconducibili ai due imprenditori di Mugnano. Stando alla ricostruzione fatta dai finanzieri, l’associazione avrebbe emesso fatture false o comunque riconducibili a prestazioni ritenute fasulle, puramente cartolari. Ma in cosa consistevano le fatture sospette? Per quali prestazioni si sarebbe sviluppato il monte di transazioni finanziarie e commerciali? Al centro di tutto finiscono servizi di sponsorizzazione. In sintesi, l’associazione avrebbe emesso fatture per false prestazioni di sponsorizzazione nei confronti delle due società grazie alle quali sia la General Quality Service srl, sia la Neapolis Games srl avrebbero evaso imposte, rispettivamente, per 182.817 euro e 36.000 euro, negli anni 2011, 2012 e 2013. Uno dei due legali rappresentanti delle due società, inoltre, si è sottratta al pagamento delle imposte acquistando per quasi un milione di euro (993.500 euro) un prestigioso appartamento in via Manzoni, a Napoli, attribuendone la nuda proprietà al nipote, di pochi anni di età, e l’usufrutto al marito, Mario Moxedano, ex vicepresidente del Calcio Napoli. Oltre che all’abitazione e alla vettura di lusso, i finanzieri hanno messo i sigilli alle disponibilità finanziarie delle due società per un importo equivalente all’evasione fiscale. Ora i legali delle due società, ma anche Moxedano, potranno replicare alle accuse con una istanza di dissequestro da indirizzare al Tribunale del Riesame. Una vicenda che ripropone all’attenzione della cronaca giudiziaria la figura di Mario Moxedano, un anno fa coinvolto in un’altra inchiesta, questa volta condotta dalla Procura di Napoli. Un servizio dello scorso giugno, quando il gip rigettò gran parte delle conclusioni investigative in una inchiesta per riciclaggio nell’area di Secondigliano e Mugnano. Oltre ottanta indagati, tra i quali figurava anche il nome di Mario Moxedano: ora come allora l’ex vicepresidente del club azzurro rivendica la propria correttezza e l’estraneità alle accuse, dicendosi convinto della possibilità di dimostrare la trasparenza del proprio ruolo di uomo di affari. (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)

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