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Napoletani scomparsi Messico. Scende in campo la Chiesa. L’arcivescovo di Guadalajara: «Via i corrotti dalla polizia»

Che fine ha fatto il capo della polizia di Tecalitlàn? Dov’è l’uomo che avrebbe dovuto coordinare le indagini scattate il primo febbraio scorso, all’indomani della denuncia di scomparsa dei tre napoletani scomparsi in Messico? È forse coinvolto nello sporco affare della «cessione» dei nostri connazionali ad un cartello di criminali narcotrafficanti che imperversa nella regione di Jalisco? È irreperibile? Latitante? O, piuttosto, qualcuno gli ha chiuso per sempre la bocca? Nell’imbarazzante, generale silenzio che avvolge ancora i tanti, troppi misteri del sequestro di persona di Raffaele Russo, di suo figlio Antonio e di suo nipote Vincenzo Cimmino, i tasselli che ancora non quadrano restano tanti. Le uniche certezze investigative riportano all’arresto di quattro agenti della polizia municipale di uno sperduto centro del Messico sudoccidentale: tre uomini e una donna, tutti accusati – e già rinviati a giudizio – con l’accusa di aver «venduto» tre stranieri ai criminali del cartello «Nueva Generacion de Jalisco». Ma quella di ieri è stata una giornata importante: perché ha segnato la discesa in campo della Chiesa cattolica messicana nel denunciare il caso della scomparsa dei tre napoletani il 31 dicembre. È un duro, coraggioso atto di accusa, quello lanciato dal cardinale José Francisco Robles Ortega, arcivescovo di Guadalajara. Una presa di posizione che punta i riflettori innanzitutto su una larghissima zona grigia che coinvolge sia apparati e gangli statali del paese centro-americano e sia certe connivenze con gli ambienti della mafia messicana. «Quanto si è verificato nella vicenda dei tre italiani scomparsi in Messico – ha dichiarato il cardinale Ortega – è un fatto grave perché si conferma un dubbio e allo stesso tempo si verifica che qui in Messico c’è infiltrazione criminale, c’è corruzione». C’è infatti finora un solo punto fermo in questa tormentata indagine: la polizia di Tecalitlàn è accusata di aver sequestrato e poi «svenduto» padre, figlio e nipote ai criminali del clan «Nueva Generacion de Jalisco». Dei tre non c’è più nessuna traccia: al punto che inizia a profilarsi uno scenario fatale, tragico. Nasce da qui il duro j’accuse del porporato messicano. «È molto triste – rilancia il cardinale di Guadalajara, così come si legge in una nota diffusa dall’Agenzia «Fides» – dover vivere in un atteggiamento di diffidenza nei confronti delle persone che rappresentano le istituzioni messicane e che dovrebbero offrire garanzie di sicurezza e tranquillità. Ma è più grave ancora che questa diffidenza sia confermata». Come appreso da «Fides» due giorni fa, alla fine della messa domenicale, il cardinale ha voluto far sentire la propria, autorevole voce. Aggiungendo un’altra considerazione: «È deplorevole che nella società non ci si fidi delle autorità incaricate di garantire la sicurezza della cittadinanza. Di fronte a questa vicenda non possiamo che esprimere il nostro disappunto per il comportamento della polizia messicana la quale, anziché proteggere i cittadini e portare i criminali davanti alla legge, utilizza gli agenti per consegnare le vittime al crimine organizzato. Un fatto molto grave». Il cardinale ha anche detto che il caso ha assunto un rilievo più ampio a livello di mass media perché si tratta di tre stranieri ed europei; sottolineando subito dopo come la piaga dei sequestri, delle violenze e delle brutalità commesse in tante parti del Messico sono diffusi e vedono come vittime proprio i messicani. In questa nazione devastata dal crimine organizzato si contano ogni anno dai 5.000 ai 7.000 sequestri di persona, solo il 15 per cento dei quali vengono denunciati. «In altre occasioni, dopo la celebrazione dell’Eucaristia – ha concluso il cardinale – due persone sono venute a chiederci preghiere per i parenti scomparsi». Secondo Ortega, la soluzione a questo problema sta nell’«insistere con le autorità affinché adempiano al proprio dovere offrendo garanzie di protezione e sicurezza a tutti i cittadini, nonché perseverando nella lotta alla corruzione e alle impunità. Non possiamo abituarci a questo stato di cose: dobbiamo fare pressione sociale affinché ciò non avvenga». Un’omelia decisa, dai toni netti, ma anche un appello alle autorità statali. Ma quella di ieri, oltre ad essere stata l’ennesima giornata senza notizie significative sulla sorte dei napoletani svaniti nel nulla da ormai 27 giorni, ha visto entrare nuovamente in azione la magistratura inquirente spagnola: non per fornire ulteriori elementi utili alla soluzione del giallo, bensì per avanzare una richiesta ai tre familiari dei desaparecidos: «Vogliamo interrogare i parenti degli scomparsi», ha fatto sapere l’ufficio del procuratore regionale dello Stato di Jalisco. Una richiesta bizzarra. Che cosa potrebbero mai affermare i figli di Raffaele Russo che quel maledetto 31 dicembre lanciarono l’allarme sulla sparizione dei loro cari? Che altro dovrebbero mai spiegare, oltre a ciò che è già contenuto nella denuncia sporta il primo febbraio alla «Fiscalia» locale? I familiari degli scomparsi non hanno alcuna intenzione di ritornare in Messico, tanto meno per farsi ascoltare dagli inquirenti locali. Non si esclude, tuttavia, che ciò possa avvenire per rogatoria. Ma sul punto non arrivano conferme ufficiali. C’è spazio per un’ultima notizia. Anche questa filtra come un’indiscrezione, sebbene supportata da bene informati organi di stampa messicani. Il 31 gennaio spariscono nel nulla Raffaele Russo, suo figlio Antonio ed il nipote Vincenzo. Il primo gennaio la polizia della regione di Jalisco scoprono il corpo senza vita di un uomo, sepolto senza documenti dopo essere stato probabilmente assassinato con un colpo di pistola alla nuca, in un’area disabitata non lontana dalla cittadina di Jilotlan de los Dolores, un paesino di montagna infestato da bande di criminali e narcos, e che probabilmente era meta del viaggio del 60enne Raffaele Russo. Lì qualcuno gli avrebbe ordinato dei generatori elettrici, materiale che l’ambulante napoletano vendeva abitualmente. Ma – al di là del ritrovamento di quel povero corpo straziato, del quale gli assassini sembrano essersi voluti frettolosamente sbarazzare – nessuna autorità investigativa si è data da fare per tentare (magari anche con la comparazione delle impronte digitali o del Dna) almeno di dargli un nome. Solo giorni dopo le autorità di polizia hanno tentato di confondere le acque sostenendo che si trattava di un corpo in già avanzato stato di decomposizione. E non è ancora tutto. Perché il 6 febbraio – e attenzione alle date, le quali aiutano ad alimentare dubbi e sospetti sull’intero mistero – lo stesso sito ufficiale dell’Esercito messicano fornisce ad alcuni organi d’informazione due fotografie accompagnate da una nota nella quale si spiega che – sempre nei dintorni di Jilotlan – le forze speciali sono riuscite a identificare e smantellare una raffineria di droga (cocaina e crak) gestita dal cartello mafioso «Nueva Generacion Jalisco». Nella baracca senza energia elettrica che dava accesso ad un sotterraneo adibito a raffineria c’erano – guarda caso – molti generatori elettrici. (Giuseppe Crimaldi – Il Mattino)

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