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Fare la spesa in Costiera Amalfitana…dove l’etichetta alimentare è ancora un miraggio!

Se la provenienza del cibo che comprate, per voi rappresenta il fattore fondamentale per scegliere negli acquisti alimentari, non sono molti i  negozi dove fare la spesa in tranquillità, ed ancor meno lo sono i mercati rionali, soprattutto per quanto riguarda  la frutta e la verdura.
Questo problema è comune anche a molte regioni e città italiane, dove paradossalmente è la presenza della grande distribuzione a bilanciare la negligenza dei mercati rionali.
A pubblicarlo è anche il Movimento Difesa del Cittadino, che ha condotto una rilevazione tra 110 banchi tra ortofrutta, prodotti ittici e carne in 8 città di Italia.
Il risultato è che in media solo 3 banchi su 10 rispettano le norme in materia di etichettatura.

Quasi 4 prodotti su 10 sono risultati senza origine nel caso dell’ortofrutta, dove l’informazione più presente è il prezzo (93,4%), seguita dalla denominazione commerciale (78,7%), dall’origine (63,9%) e dalla categoria (50%).
È proprio “l’origine” ad essere l’informazione ancora troppo poco indicata – spiega Mdc – considerando che invece si tratta di una indicazione a cui i consumatori e i produttori tengono molto.
In definitiva pare che tra i banchi che presentavano contemporaneamente tutte e 4 le diciture obbligatorie, solo il 34% è stato riscontrato in regola.
I prodotti ortofrutticoli, infatti, sia sfusi che confezionati e/o trattati per aumentarne la durata, devono riportare su cartelli o in etichetta alcune informazioni specifiche.
Una è la categoria commerciale, (extra, prima, seconda) in base a peso, dimensione, difetti.
Poi è obbligatorio indicare, sull’etichetta anche il Paese di provenienza o la Regione italiana, se prodotti in Italia. Questa informazione è importante se si vuole  privilegiare prodotti che non hanno dovuto sopportare lunghi trasporti da paesi lontani e valorizzare maggiormente la produzione nazionale.
L’indicazione è importante anche e soprattutto per riuscire ad escludere dal proprio acquisto tutti quei prodotti provenienti da territori a rischio di inquinamento.
Un’altra indicazione è quella della varietà specifica (mela golden, pera abate, uva italia, pomodoro pachino, ecc.) ed infine anche il calibro.
Addirittura in etichetta bisognerebbe segnalare anche se sono state impiegate sostanze per il trattamento superficiale per aumentarne la durata, come il difenile utilizzato come antimuffa sugli agrumi!
Se la frutta e la verdura sono confezionate, l’etichetta deve riportare in base alle norme in vigore, anche la quantità netta ed i riferimenti del produttore e confezionatore.

L’assenza di qualsivoglia informazione, spesso addirittura anche l’omissione del prezzo, come accade spesso nei mercati, anche quelli della costiera amalfitana, non si dovrebbe giustificare nemmeno se il negoziante si mostra disponibile a fornire risposte circa i prodotti in vendita, poiché non dovrebbe essere necessario porre alcuna domanda…
Le risposte sul prodotto, modulate spesso di volta in volta in base ai “desiderata” del cliente, dovrebbero rappresentare invece un dato oggettivo della merce esposta!

Tuttavia al di là dei casi, seppur gravi soprattutto di biologico falso, nel settore a prevalere sono i produttori seri, operanti sul nostro territorio e di cui ci si può ancora fidare.
Il sistema delle certificazioni, che è sostanzialmente affidabile purtroppo prevede un iter costoso e poco accessibile per i piccoli produttori.
Il più delle volte si decide di non certificare i prodotti per ragioni economiche ma a volte anche per motivi ideologici, come nel caso di “Genuino Clandestino”.
Questa rete, diffusa in tutta Italia, ma purtroppo ancora a rilento qui da noi, va oltre il concetto di produttori associati, presentandosi come movimento di pensiero che si oppone alle logiche dell’industria alimentare.
Chi aderisce a Genuino Clandestino applica cioè quella che viene definita “autocertificazione partecipata”, un sistema di verifica basato sulle visite ai produttori, e quindi sul contatto diretto con le aziende e sulla fiducia nelle persone.
Questo modello persegue l’autodeterminazione alimentare, e pur essendo discutibile, propone prodotti artigianali e di qualità, a prezzi spesso più accessibili rispetto a quelli del biologico certificato.

Ritornando all’indagine MdC, nel caso dei prodotti ittici la percentuale si riduce a meno del 20% e per la carne, solo il 45,5% dei banchi è risultato in regola con l’etichettatura.
Addirittura nel 6,4% sia i cartellini che il libro informativo, non sono stati trovati esposti, così che 1 bistecca su 2 è senza la giusta etichetta!

Questo non è proprio più accettabile, visto che  finalmente, nel caso dell’origine, le leggi sono state giustamente adeguate.
I consumatori sono infatti  sempre più informati ed attenti alla qualità dei prodotti, consapevoli che essa possa garantire non solo un alto standard di gusto ma soprattutto la salvaguardia della loro salute.

Servono controlli più efficienti e continui, ma anche consumatori consapevoli dei propri diritti, che pretendano di essere informati.
Di contro servono anche venditori formati che sappiano dare un valore “speciale” all’etichetta dei prodotti esposti.

Nel frattempo si è aggiunta anche la nuova normativa sugli eco-sacchetti a pagamento per l’ortofrutta.
Ma nei mercati della costiera si “riciclano” ancora le scorte di “resistentissimi” sacchetti di plastica dall’odore nauseabondo, che anche se a costo zero per il cliente, sono  davvero inadatti a trasportare alimenti e tantomeno sono  ecocompatibili!
Beta

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