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Il gatto fa la festa a noi, servitori umani Il 17 febbraio è il giorno dell’animale più misterioso e meno domestico di tutti

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«Gatti neri gatti bianchi» in mostra a Milano
Pubblicato il 16/02/2018
La Stampa-ALBERTO MATTIOLI

La aspettiamo con la stessa gioiosa eccitazione con cui un bimbo attende il giorno di Natale o l’Agenzia delle entrate quello della dichiarazione dei redditi. Per noi gattolici credenti e praticanti è il momento culminante dell’anno. Almeno in Italia (la ricorrenza varia a seconda dei Paesi), domani, 17 febbraio, è la Festa del Gatto. Diciassette, perché in latino si scrive XVII, che anagrammato dà VIXI, ho vissuto, e in effetti ogni gatto di vite ne vive sette (almeno). Febbraio, perché è il mese dell’Aquario, segno libero e anticonformista, forse anche un po’ anarchico, esattamente come lui (diceva Cocteau, che li adorava, che la differenza con i cani è che non esistono gatti poliziotto).

Le iniziative sono moltissime in tuta Italia. Ci limitiamo a segnalare la vernice, alle 17 del 17, della mostra «Gatti neri gatti bianchi» al Museo del fumetto di Milano, che ricostruisce la lunga e fortunata carriera del Micio nel cartone animato. Lui, del resto, è naturalmente una star.

Però l’impressione è che festeggiamo il gatto per festeggiare in realtà noi, la nostra inalterabile, canina fedeltà. Il rapporto con lui è completamente squilibrato, l’opposto di quello con il cane. Il gatto non è l’animale domestico dell’uomo: siamo noi a essere l’umano domestico del gatto. Micio non ha padroni. Tollera, al massimo, dei servitori, e soltanto se non sono troppo invadenti. Quando ci sveglia passeggiandoci sulla faccia alle quattro del mattino perché, poverino, ha fame (e poi naturalmente la scatoletta di tonno giapponese nutrito solo con alghe coreane dello stesso costo del foie gras verrà schifata perché il tonno non è stato pescato con una rete bio), il gatto non chiede un favore, esercita un diritto. Lui non è mai passato dal Medioevo all’epoca moderna. La sua concezione è ancora quella del feudatario con il suo vassallo, anzi con il servo della gleba.

Vista dalla parte del bipede, la relazione con il gatto nasconde una certa dose di masochismo. La vita in casa è una sindrome di Stoccolma dove il sequestrato, noi, cade infallibilmente innamorato del sequestratore, lui. Fino a forme di feticismo, sottomissione, schiavismo che chiunque abbia un gatto conosce e pratica pur deplorandole. Ammettiamolo: adoriamo le catene che noi stessi abbiamo forgiato. Facciamo la festa al gatto perché in realtà è lui che fa la festa a noi. E tutti i giorni, non una volta all’anno.

Resta da chiedersi perché. E, anche qui, bisogna ammettere che non conosceremo né capiremo mai del tutto il nostro gatto. Resta il più enigmatico degli animali domestici. Parafrasando Churchill sulla Russia, è un rebus avvolto in un mistero (peloso, aggiungeremmo). Chi affonda nella contemplazione di quegli occhi indecifrabili, «prunelles pâles, / Clairs fanaux, vivantes opales», come scrive Baudelaire, si chiede cosa ci sia in fondo. Forse, perfino un’anima.

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