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Dalle lager-fattorie ai nostri forni

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È colpa degli allevamenti intensivi se ci sono sempre più batteri pericolosi nel nostro cibo.
A causa del massiccio uso di antibiotici in zootecnia non siamo più capaci di difenderci più neanche da una banale infezione.
Sull’argomento è molto interessante lo studio proposto da “Farmageddon”, libro di P.Lymbery che ricostruisce la pratica dell’allevamento intensivo nel mondo.
Il direttore di “Compassion in World Farming International”, associazione dedicata al miglioramento delle condizioni di vita degli animali da reddito, e la giornalista I.Oakeshott, hanno indagato negli allevamenti tra Asia, Sud America ed Europa, svelando perché la diminuzione del prezzo attuale della carne è una diretta conseguenza, solo ed esclusivamente, dello sfruttamento cui sono sottoposti gli animali.
In sostanza, pur di aumentare le produzioni ed abbattere i costi, si è scelto di sacrificare la loro salute.

La situazione non è confortante nemmeno in Italia, dove purtroppo il modello della “zootecnia intensiva” domina indiscusso.
Dai dati Fao, nel nostro paese gli animali più allevati sarebbero i polli (136 milioni), seguiti da conigli (73,5), tacchini (25,2) suini (8,7) e bovini (6,1).
Circa 250 milioni di animali, alimentati quotidianamente con oltre il 50% di tutti i cereali prodotti e “protetti” con il 71% degli antibiotici venduti.
Come documenta l’European Medical Agency, ciò pone l’Italia alle spalle soltanto di Spagna e Germania, e prima di Francia e Gran Bretagna.

L’abuso di antibiotici, come documentato da Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) ed Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), riguarda soprattutto tacchini e polli da carne.
Pare infatti che senza antibiotici, nel momento in cui si dovesse manifestare un’infezione, quasi la totalità degli animali sarebbero a rischio contagio, con un enorme danno economico per gli allevatori…
La conseguenza è che aumenta sempre di più il fenomeno della resistenza ad alcuni batteri nei loro confronti, così come purtroppo aumenta anche la probabilità che alcuni di essi, salmonelle e campylobacter jejeuni, attraversino la catena alimentare fino alle nostre tavole.
Esponenzialmente aumenta anche il rischio in noi umani di perdere la capacità di rispondere agli antibiotici, finendo di risultare sempre più più esposti ad infezioni ormai debellate e ritenute banali da tempo.

Tutti noi quindi dotremmo fare la nostra parte, tutte le volte che andiamo a far la spesa, leggendo attentamente l’etichettatura della carne e delle uova riguardo ai metodi di allevamento.
Possiamo decidere allora se acquistare una fettina di pollo che proviene da un animale allevato per 38 giorni, in un capannone e imbottito di antibiotici e Ogm, oppure quella di un pollo che ha avuto la possibilità di razzolare all’aria aperta ed alimentarsi in modo più sano ed addirittura senza i deleteri antibiotici.
Qualcuno potrebbe obbiettare che il prezzo di tali prodotti è decisamente più alto della media e che si tratta di prodotti di nicchia.
Apparentemente è così ma è anche vero che se si adottasse una dieta sana, come quella di tradizione mediterranea, il consumo di carne risulterebbe limitato solo a due o tre porzioni settimanali poiché i cibi a base di legumi, frutta e verdura sarebbero preponderanti.
A conti fatti quindi la spesa di carne ed uova bioetichettate, finirebbe per essere del tutto equivalente a quella di regimi più carnivori ma molto più dannosi, oltre che crudeli…

Peraltro oltre al trattamento inumano degli animali e ai danni per la salute dell’uomo, derivati dal modello zootecnico intensivo, tali tipologie di allevamento sono anche vere  proprie bombe ecologiche, ormai insostenibili dal punto di vista ambientale.
Oltre un terzo delle coltivazioni del mondo è destinato agli allevamenti, avendo quasi eliminato gli animali dai pascoli liberi ed avendoli rinchiusi in orribili capannoni.
Tali lager hanno emissioni di gas serra che finiscono per risultare anche più alte di quelle provenienti dall’industria dei trasporti, oltre ad avere un impatto visivo assolutamente sgradevole ed affatto  rispondente a quello dell’immaginario collettivo proposto dalla pubblicità delle industrie del settore!
Beta

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