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Napoli. Marcella Marconi è la prima donna alla guida dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte

Galeotto fu il planetario di Viareggio. Quella visita, da bambina, ha plasmato il suo sogno di studiare le stelle. Marcella Marconi lo realizza nel 2000, quando prende servizio all’Osservatorio astronomico di Capodimonte. Ne diventa prima ricercatrice e, 18 anni dopo, spezza un tabù, ottenendo l’incarico di direttrice. È la prima donna, nei 211 anni di […]

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Galeotto fu il planetario di Viareggio. Quella visita, da bambina, ha plasmato il suo sogno di studiare le stelle. Marcella Marconi lo realizza nel 2000, quando prende servizio all’Osservatorio astronomico di Capodimonte. Ne diventa prima ricercatrice e, 18 anni dopo, spezza un tabù, ottenendo l’incarico di direttrice. È la prima donna, nei 211 anni di attività dell’antica struttura a ricoprire l’incarico. Classe 1971, padre ingegnere, madre giurista: Marconi si laurea in Fisica nella sua Pisa e si specializza in Astronomia a Firenze. Poi stage a Vienna e a Los Alamos in New Mexico, prima di arrivare a Capodimonte. Lieve accento toscano, occhi azzurri, Marconi sostituisce nell’incarico Massimo Della Valle. «Un onore per me – afferma – Ho ottenuto questo incarico nel centro astronomico più antico d’Italia, nella città che amo. Il mio obiettivo è lasciare un segno. Portare un po’ di Napoli nei progetti dei nuovi telescopi in costruzione in Cile e, perché no? Anche su Marte nel 2020». Marconi, quale sarà la prima cosa che farà da direttrice? «Mantenere alto il prestigio internazionale dell’Osservatorio. E per raggiungerlo vanno fatte ricerca e formazione. Ho intenzione di rafforzare quindi i rapporti con le università e di creare una convenzione con la Federico II. Cercherò di dare più possibilità agli studenti campani di lavorare qui». Ci saranno nuove assunzioni? «Compatibilmente coi fondi del Miur speriamo di avere un ricambio. È necessaria una forza lavoro nuova, che si affianchi a quella già presente, eccellente. Siamo coinvolti in molti progetti internazionali e occorrono giovani leve». Al di là del valore culturale e storico, che appetibilità può avere per un giovane astronomo una struttura inaugurata oltre 200 anni fa? «L’Osservatorio è tutt’altro che obsoleto. È nell’attività di ricerca che si svolge il nostro lavoro, che tocca tematiche di punta per l’astronomia mondiale. Siamo un’equipe di 40 scienziati e quello di Napoli è un caso unico in Italia di osservatorio impiegato su molte linee: dalla fisica solare ai pianeti extra solari, fino all’evoluzione stellare, all’esplorazione di Marte e costruzione di telescopi». Telescopi come l’E-Elt. «Si tratta di uno dei telescopi di prossima generazione, con 39 metri di diametro e costruito dall’European Southern Observatory in Cile, a una quota di tremila metri. Avrà capacità superiori addirittura al telescopio spaziale Hubble ed entrerà in funzione nel 2024, diventando un nuovo faro per tutti i settori di punta dell’astrofisica. L’Osservatorio è coinvolto nella progettazione di un modulo di ottica adattiva, il cui nome è “Maory”. È di un’importanza fondamentale, che servirà a correggere gli effetti della turbolenza atmosferica durante le osservazioni. Capodimonte è stato anche principale artefice del Vlt Survey Telescope, sempre in Cile. È entrato in funzione nel 2011 ed è sfruttato anche per trovare la controparte elettromagnetica delle onde gravitazionali, ossia il loro evento scatenante. Anche in questo caso i dati rilevati sono stati esaminati qui. Siamo sempre in prima fila nella ricerca astronomica internazionale. Basti anche pensare al progetto Cta». Sarebbe? «Parliamo di un osservatorio per lo studio dei raggi gamma ad altissima energia. Ci aiuterà a indagare sugli ambienti estremi dal punto di vista energetico e ai confini della fisica, come i buchi neri. Anche questo osservatorio sarà costruito in Cile». E per quanto riguarda Marte? «Un precedente direttore dell’Osservatorio, Luigi Colangeli, ha collaborato con Francesca Esposito alla prima missione ExoMars, dell’Agenzia spaziale europea. Il loro scopo era quello di creare uno strumento in grado di misurare le caratteristiche atmosferiche del pianeta rosso. Purtroppo la sonda andò distrutta nel 2016, nell’impatto con la superficie marziana in fase di atterraggio, ma nel 2020 ci sarà ExoMars2, sempre con guida napoletana». Più fortunata è stata la sonda Gaia, a cui ha lavorato anche lei. «Sì, è stata lanciata nel 2013 ed è in orbita. È importante per determinare le distanze cosmiche ed entro il 2020 ci fornirà una mappa tridimensionale inedita di oltre un miliardo di stelle. Abbiamo avuto un primo flusso di dati l’anno scorso, tutti studiati nei nostri laboratori. A fine ciclo la precisione sarà totale, come se osservassimo l’unghia di un astronauta sulla Luna, dalla Terra». (Paolo De Luca – la Repubblica)

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