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Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, nominata senatrice a vita. Solo dopo 40 anni ha raccontato gli orrori vissuti

L’ultimo gesto di pietà venuto da italiani di cui Liliana Segre abbia memoria, prima della deportazione ad Auschwitz, arrivò dai detenuti comuni di San Vittore. Il giorno in cui portarono via lei, allora tredicenne, e suo padre, quei carcerati si misero a rumoreggiare, lanciando verso di loro arance, biscotti, guanti, gridando “Dio vi benedica, non […]

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L’ultimo gesto di pietà venuto da italiani di cui Liliana Segre abbia memoria, prima della deportazione ad Auschwitz, arrivò dai detenuti comuni di San Vittore. Il giorno in cui portarono via lei, allora tredicenne, e suo padre, quei carcerati si misero a rumoreggiare, lanciando verso di loro arance, biscotti, guanti, gridando “Dio vi benedica, non avete fatto niente di male”. Ladri, assassini, truffatori, ma capaci ancora di provare pietà. E se oggi questa signora ottantasettenne, nominata senatrice a vita dal presidente Mattarella, ricorda ancora con vivezza quest’episodio, raccontato in tutti i suoi incontri con gli studenti e perfino nell’ultimo di pochi giorni fa, è perché fu un momento speciale. Di quelli che non fanno perdere la fiducia nel genere umano, cosa indispensabile se si deve sopravvivere. E Liliana Segre ce la fece, insieme con i pochi altri bambini italiani deportati. Fu una dei cinquantasei o forse settantasei bambini italiani a sopravvivere – secondo stime mai del tutto verificate né forse verificabili – insieme con Tatiana e Andra Bucci, le più giovani testimoni ancora in vita che di anni ne avevano 6 e 4. Se le riuscì fu per l’ostinazione ad aggrapparsi a quel poco di umano che le capitò d’incontrare, dopo le leggi razziali del 1938. E della sua esperienza Liliana Segre ha dato testimonianza infinite volte, raccontandola soprattutto ai giovani, nelle scuole. Svolgendo così quel compito di «dare lustro alla patria con altissimi meriti nel campo sociale» che Mattarella ha voluto premiare. Per molti anni, com’è accaduto alla maggior parte degli scampati al lager, Liliana Segre non parlò. Solo negli anni ’90 decise di raccontare. La sua memoria, incredibilmente ricca di dettagli, parte dal giorno del 1938 in cui suo padre cerca le parole per dirle che non andrà più a scuola come prima. Ed è allora che la bambina Liliana scopre il suo ebraismo, come una colpa. «La mia famiglia era ebraica agnostica, cioè non frequentavamo il Tempio o ambienti ebraici». Pure, il padre e lo zio avevano combattuto nella Prima Guerra mondiale, si sentivano patrioti italiani. Ma da allora, nella Milano in cui era nata ma cominciava a sentirsi come straniera, iniziano le risatine delle ex compagne di scuola che la guardano da lontano senza salutarla. «Non venivo più invitata alle festicciole dalle amiche, non potevamo più ascoltare la radio… la cameriera che assisteva mio nonno ammalato di Parkinson non potevamo più tenerla». Quando, dopo l’8 settembre e l’armistizio, l’occupazione nazifascista allunga i suoi tentacoli sull’Italia del centro-nord, in casa Segre si decide di cambiare identità. Il padre procura documenti falsi con un nome siciliano che Liliana non riesce a imparare, ma con quelli la bambina può rifugiarsi presso due famiglie cattoliche: eccoli, i segni dell’umano che aiutano Liliana a credere nel futuro. Ma alla fine del 1943 viene il momento di tentare la fuga e nella memoria è fortissimo il ricordo della manina piccola stretta a quella del padre, nella notte e nella neve, tentando di attraversare il confine con la Svizzera. Nel raccontare Liliana Segre comincia spesso la frase con un “mi ricordo” che allinea i pensieri, li rende quasi visivi. L’attraversamento della frontiera è un momento di gioia subito cancellato dalla decisione dell’ufficiale svizzero di ricacciarli indietro: «Ebrei impostori, in Svizzera non c’è posto per voi». Il ritorno in Italia significa arresto, detenzione per quaranta giorni a San Vittore. Poi un pomeriggio l’arrivo di un militare tedesco che legge 605 nomi di persone che saranno deportate: c’è anche “Segre”. «Era la deportazione a cui non avevamo creduto fino all’ultimo momento: la gente diceva non è possibile che mandino degli italiani fuori dal Paese». Questa incredulità testimoniata da Liliana Segre, questa sottovalutazione della gravità di una situazione diventata rischiosa per gli ebrei già nel 1938, con le leggi razziali, fu ciò che facilitò ai nazifascisti lo sporco lavoro delle deportazioni. Dopo una settimana di viaggio in un treno piombato, Liliana arriva a Birkenau-Auschwitz e da allora non vedrà mai più suo padre. Il racconto della sua permanenza nel lager incide la mente con un chiaroscuro di sensazioni e ricordi fin dalla rievocazione dell’arrivo: quando lei viene scelta tra quelle destinate a sopravvivere, «mentre tante ragazze andavano direttamente al gas, noi scelte guardavamo con una certa invidia quelle che andavano via con i camion». Quindi l’umiliazione di essere denudate davanti a soldati sghignazzanti, la privazione di tutto ciò che faceva parte della propria vita precedente, il marchio bestiale del tatuaggio inciso sulla carne. «Eravamo già delle cose diverse, eravamo già quelle nullità che loro volevano». E nel campo Liliana si difende sforzandosi di non guardare mai in faccia i suoi persecutori, cercando d’ignorare i cumuli di cadaveri ammassati ai lati del campo o le compagne in punizione. Ad Auschwitz Liliana lavorerà in una fabbrica di armi come operaia e scamperà a tre selezioni. La morte le scivolerà accanto innumerevoli volte, ma lei riuscirà a schivarla, anche quando tutto sembra perduto, anche durante la marcia della morte del gennaio 1945. Sarà alla fine di quella marcia che Liliana vede il comandante del campo sfilarsi la divisa. «Si mise in mutande, quell’uomo alto, sempre elegantissimo, crudele sulle prigioniere inermi. Buttò la divisa sul fosso, la sua pistola cadde ai miei piedi e io ebbi la tentazione fortissima di prenderla e sparargli». Ma non lo fece. «Mi sembrava un giusto finale di quella storia, ma capii di essere tanto diversa dal mio assassino che la mia scelta di vita non si poteva assolutamente coniugare con la teoria dell’odio e del fanatismo nazista». Spiega così, Liliana Segre, quando racconta quel suo passato lontano. Sarà bello che sieda in Senato, portando lì il monito vivente di ciò che è stato e non dovrebbe mai tornare. (Titti Marrone – Il Mattino)

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