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Minniti a Tripoli, c’è l’intesa contro i trafficanti. Patto con il presidente libico Al Serraj per bloccare i mercanti di uomini

A distanza di due anni l’Italia riapre l’ambasciata a Tripoli. Primi in Europa a tornare in Libia con la sede diplomatica, per riavviare un rapporto di collaborazione che passi principalmente per il piano di contrasto all’immigrazione clandestina. Ieri il ministro dell’Interno Marco Minniti si è recato in visita dal premier libico Fayezal Serraj ed è […]

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A distanza di due anni l’Italia riapre l’ambasciata a Tripoli. Primi in Europa a tornare in Libia con la sede diplomatica, per riavviare un rapporto di collaborazione che passi principalmente per il piano di contrasto all’immigrazione clandestina. Ieri il ministro dell’Interno Marco Minniti si è recato in visita dal premier libico Fayezal Serraj ed è riuscito a ottenere un «progetto di memorandum d’intesa». Richieste e accordi che verrebbero avanzati direttamente dalla Libia e che ci permetterebbero di mediare più facilmente anche con il resto d’Europa. A cominciare da giovedì, quando sarà a Roma Dimitri Avramopoulos, il commissario europeo per le migrazioni. Dopo i viaggi in Tunisia e a Malta, Minniti punta diritto a quello che è il “cuore” del problema immigrazione. Dalla Libia, infatti, parte quasi il 90% dei migranti che approdano sulle coste italiane. Anche se il governo Serraj, appoggiato dall’Onu, non ha il controllo totale del territorio che è dilaniato dagli scontri tra milizie. Un contesto in cui i trafficanti di uomini prosperano indisturbati. E, dunque, l’efficacia di un piano di contrasto all’immigrazione illegale non può che passare dal rafforzamento delle entità statali della Libia. Il Viminale definisce la missione del ministro italiano come «l’avvio di una nuova fase di cooperazione tra i due Paesi, soprattutto con riferimento al settore migratorio». L’Italia è pronta ad assistere la Guardia costiera e la Marina libiche fornendo 10 motovedette. Inoltre, sulle navi della missione Europea EunavforMed (a guida italiana) si stanno addestrando dallo scorso ottobre 78 addetti libici, mentre altri 500 si stanno formando a terra. L’obiettivo è arrivare entro l’estate a un pattugliamento congiunto in mare nelle acque libiche, come auspicato dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Tripoli ha anche chiesto sostegno per poter organizzare voli di rimpatrio dei migranti, i quali rimarrebbero ammassati nel Paese, qualora le partenze via mare venissero bloccate. Nella maggior parte dei casi sono disperate le condizioni di migliaia di loro, che si trovano ammassati in centri distrutti e in condizioni degradate. E un aiuto è stato sollecitato anche per la protezione dei confini meridionali: migliaia di chilometri di deserto attraversati dai disperati dell’Africa subsahariana. Il vecchio memorandum d’intesa sottoscritto all’epoca dal governo Berlusconi e da Gheddafi prevedeva la fornitura di un sistema radar per il controllo delle frontiere da parte di Selex. Nonché il contributo italiano alla realizzazione di alcuni centri di accoglienza in territorio libico. Insomma, i temi sono sempre quelli: l’Italia dà aiuti e la Libia blocca le partenze. E gli aiuti sono economici, di sostegno e anche politici. Oggi, però, in Libia non c’è più Gheddafi, né una figura che possa unificare le diverse fazioni del Paese. Il percorso della nuova collaborazione non si annuncia quindi facile. Mentre è considerata positiva la notizia della riapertura italiana a Tripoli. L’ambasciatore Giuseppe Perrone ha presentato questa mattina le sue credenziali al governo locale. «Un importantissimo segnale di amicizia – ha commentato il ministro degli Esteri Angelino Alfano – nei confronti di tutto il popolo libico, ed è un segnale di forte fiducia nel processo di stabilizzazione di quel Paese». E, infatti, sarà proprio l’ambasciata a coordinare i progetti di collaborazione. Intanto sul fronte interno, in attesa del nuovo Piano che il 19 gennaio verrà discusso in Conferenza Stato-Regioni, è ancora polemica sulla riapertura dei Cie. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando ha sottolineato che con il piano allo studio del governo «non si tratta di spalmare quello che ora è concentrato ma di pensare dei centri nuovi, riconcepiti completamente». E il capo del dipartimento per le Libertà civili e immigrazione del ministero, Mario Morcone, ha spiegato che ci sarà un «pressing molto forte» dei prefetti sui sindaci dei Comuni che non ospitano migranti per favorire l’accoglienza diffusa, fino «all’extrema ratio» di imporla. (Cristiana Mangani – Il Mattino)

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