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Salerno I “like” all’omicidio della moglie non sono metro di misura per Face Book

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di FABIO CHIUSI Dobbiamo smetterla di fare dei “mi piace” l’unità di misura del mondo. Prima di tutto, perché non sono una buona unità di misura del mondo. Quanto accaduto nelle scorse ore lo dimostra. I 300 “like” raccolti dal post con cui il trentaduenne assassino dell’ex moglie si felicita per l’omicidio (“Sei morta troia”) hanno fatto molto discutere. Ma ogni considerazione è inutile se si parte dal presupposto, errato, che significhino tutti un’adesione sincera ai propositi dell’omicida, un disimpegnatissimo modo di aggiungere il dileggio al reato. In realtà, come confermato proprio a partire da un post segnalatomi su Facebook, buona parte erano troll, provocatori che non si fanno problemi a sfruttare la prevedibile ondata di reazione emotiva scatenata da un femminicidio per mostrare quanto poco utenti e media tradizionali capiscano delle dinamiche di manipolazione del consenso sui social media. In sostanza, un gruppo di disturbatori si accorda non appena trova la notizia giusta e, tramite profili multipli, gonfia enormemente i like al post bersaglio, così da attirare ulteriore attenzione mediatica e del pubblico, e da spingerlo a parlare di quanto odio ci sia in rete e non di un omicidio e delle circostanze che vi hanno condotto. È una dinamica vista all’opera in Italia almeno dall’attentato di Massimo Tartaglia a Silvio Berlusconi a dicembre 2009. Eppure i giornali continuano a cascarci (pare), e gli utenti pure. Ma c’è dell’altro. C’è anche la apparente impossibilità di comprendere che anche se quei 300 “mi piace” fossero tutti e soli di convinta adesione ai propositi dell’omicida non ci sarebbe alcuna notizia, e nessuno dei significati più vasti che di norma finiscono per essere tirati in ballo in questi casi: Twitter e Facebook non sono il mondo, e di certo non lo è un post su quelle piattaforme. E anche nell’era dei dati il metodo scientifico, fortunatamente, conta: semplicemente, il campione non è rappresentativo di alcunché; ergo, non significa nulla. Nulla sul rapporto tra odio e rete; nulla sull’emergenza che sempre ne consegue quando il problema venga sollevato a questo modo; nulla per il dibattito, vero e proprio prodotto dell’idiozia di pochi più che del carattere dei molti o dello strumento che usano, sulla necessità dunque di regolamentare più rigidamente internet e ciò che possiamo dire su internet. L’ultimo a esserci cascato è il governatore toscano, Enrico Rossi, per i commenti razzisti alla sua foto coi vicini di casa rom, ma è una lunga tradizione, e annovera politici di destra come di sinistra. Incapaci di comprendere che l’esito ultimo sono le uscite inaccettabili su Facebook “sporco di sangue” o, dice il governo britannico, “rifugio dei terroristi”: ottimo capro espiatorio per evitare di criticare l’intelligence che – nonostante controlli il mondo – non è stata in grado di sventare l’omicidio di Lee Rigby. Ma il punto è ancora più ampio: che quella dell’odio non è, e non dovrebbe essere, una questione tecnologica. Parliamo di Facebook quando dovremmo parlare di un omicidio; di come regolare un algoritmo invece che una società; del mezzo, e non di chi lo abita. Peggio: del mezzo, pensando di parlare di chi lo abita. E se davvero odiamo, e siamo cattivi, non è certo per via di Facebook. È comodo crederlo, ma non è così. Facebook è lo specchio, e noi in esso ci guardiamo come mai prima d’ora. Inutile incolpare ciò che riflette l’immagine: meglio usarla per migliorarci, se lo vogliamo

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