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La strada nuova di Scimone e Sframeli

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Vincenzo Albano giovane catalizzatore in città del teatro contemporaneo ha presentato Nunzio evento della seconda edizione di Teatrografie

 

Di Gemma Criscuoli

Una storia minima può essere colma di tensione, dolore, tenerezza senza eccedere in una sola battuta. È quel che accade in “Nunzio”,  lo spettacolo diretto da Carlo Cecchi e interpretato da Spiro Scimone e Francesco Sframeli che ha aperto con successo, presso il Teatro Nuovo di Salerno, la seconda edizione di Teatrografie, il progetto ideato e diretto da Vincenzo Albano, che ha come partner la rivista Puracultura, interamente dedicato ai due artisti siciliani. È lecito parlare di una messinscena carsica: molte sensazioni pulsano sotto la pelle in questo allestimento basato su gesti ridotti all’osso, su frasi che amano avvitarsi su se stesse, su sguardi e silenzi che danno corpo a contrasti e affetti che sembrano diffidare delle parole, a meno che non ci si muova su di un registro all’apparenza banale (come dormire in una cuccetta, il piacere di un bagno a mare, il perizoma delle bellezze femminili su una rivista di viaggi, il piatto prefertio dei due). Nunzio (un Francesco Sframeli che nel candore e nell’ostinazione del suo personaggio unisce intensità ed equilibrio) è un operaio che sconta l’avvelenamento da vernici della sua fabbrica con una tosse insopportabile per cui prega invano l’immagine di Cristo: il peso di una vita ai margini costretta ad accontentarsi della propria solitudine è palpabile, ma l’avversione dei due interpreti per qualunque tipo di retorica impedisce ogni ricatto psicologico allo spettatore. Pino (uno Scimone ruvido, sempre a un passo dallo scontro, tanto più legato al suo amico quanto più ostenti un’astiosa autonomia) è un killer che viaggia di continuo per svolgere i suoi incarichi e il monolocale in cui si muovono è un mondo geloso della propria distanza da tutto il resto. Messaggi e soldi sono tutto ciò che arriva dall’esterno e la spietata logica del dare e prendere che guida Pino non è molto diversa dalla fabbrica che succhia l’anima di Nunzio, ripagandolo con un continuo pericolo di morte. Ecco allora che quella che apparirebbe a chiunque una sorta di reclusione assume il valore di spazio dell’anima, dove azioni e pensieri possono essere restituiti a se stessi senza sovrastrutture e ambiguità. Il brindisi alla “morte puttana” come la scelta di scattarsi foto a vicenda riflette un bisogno di appartenersi e ritrovarsi comprensibile solo a chi lo vive. Il film “Due amici”, diretto dagli autori e vincitore del Leone d’Oro a Venezia come miglior opera prima nel 2002, proposto presso lo Spazio Teatri Sospesi, amplia le suggestioni del testo, spingendo all’interazione con altri personaggi e puntando su analogie di forte impatto: il pesce sventrato che sovrasta il cadavere del committente di Pino, il bambino che punta a quest’ultimo la pistola giocattolo, il gigantesco  pelouche con cui Nunzio mostra amore per la donna che gli sarà preclusa. Qui il sodalizio tra questi antieroi evidenzia, attraverso i comprimari (dal malato in ospedale agli anziani al bar) come l’apertura verso ciò che è altro sia di fatto una chimera. L’acceleratore premuto sulla dimensione lirica mira solo a scarnificarla dall’interno, recuperando con maggior forza l’essenzialità dei comportamenti e degli impulsi. Impulsi con cui diventa necessario misurarsi, dato che, come lo stesso Sframeli afferma, “Il teatro è sporco come è sporca la natura.Non troverete mai foglie perfettamente pulite. È come fare l’amore”.                                                                        

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