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Cava de´ Tirreni La poliziotta Anna Esposito non si suicidò ma fu uccisa. Indagava sul caso Claps

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Cava de’ Tirreni. «Per tredici anni ho combattuto perchè ho sempre creduto fermamente che la versione ufficiale non rappresentasse la realtà dei fatti». Ha la voce serena di chi è convinto profondamente di aver sempre avuto ragione Vincenzo Esposito, nonostante parli del possibile omicidio della figlia Anna, la funzionaria della Digos della Questura di Potenza trovata morta con una cinta attorno al collo il 12 marzo 2001 (era nel suo alloggio di servizio nella caserma Zaccagnino, ndr) e sulla cui morte il gip del capoluogo lucano ha chiesto al pm di effettuare ulteriori indagini con un termine di sei mesi ipotizzando appunto l’omicidio volontario. Allora si parlò di suicidio, una verità ufficiale cui Vincenzo Esposito si è da subito opposto ma sempre con grande dignità e calma. Ora, con quella stessa invidiabile serenità, chiede di essere lasciato «in silenzio per qualche giorno, perchè adesso più che mai gli organi inquirenti hanno bisogno di lavorare senza pressione per accertare cosa è realmente accaduto. E io non voglio in alcun modo condizionarne l’operato». Il papà della poliziotta, nonostante l’immenso dolore, non serba alcun rancore nei confronti di quanti, allora, non aiutarono gli inquirenti a capire la verità. «Voglio solo comprendere come mia figlia è morta» dice Esposito, che nell’atto in cui ha richiesto quello che tecnicamente si chiama «approfondimento investigativo», si domandava, ricorrendo semplicemente alla comune logica, «come si può morire con una cintura al collo lunga 93 centimetri a cui devono essere fatti i nodi alle due estremità?». Se il papà chiede tempo prima di esternare tutto ciò che pensa, il resto della famiglia di Anna Esposito si è chiuso in un totale silenzio. Dal citofono di casa in via Vittorio Veneto la madre Olimpia Magliano ha usato poche, ma significative parole: «Ci dispiace, ma non vogliamo rilasciare interviste – ha detto la donna dall’appartamento dove la giovane poliziotta ha trascorso l’adolescenza, scegliendo quella stessa abitazione per le sue due figlie ormai entrambe maggiorenni – Attendiamo sviluppi dalle indagini della magistratura». Stesso riserbo anche da parte del fratello Massimo Esposito, ispettore della Guardia di Finanza nonchè consigliere comunale del Pdl; raggiunto al telefono non ha voluto rilasciare dichiarazioni, vista le delicatezza della vicenda. E non solo. La storia di Anna appare agli stessi occhi dei familiari un puzzle ancora tutto da ricostruire e da allacciare ad altre intricate vicende. Eppure il desiderio di verità sembra più forte di qualsiasi ostacolo. Un desiderio che coinvolge l’intera città di Cava de’ Tirreni, sotto shock per giorni dopo quello «strano suicidio» e oggi finalmente sollevata dalla riapertura dell’indagine. Amici e parenti, ma anche tanti «sconosciuti» hanno scelto la rete per combattere la loro battaglia per arrivare a svelare il mistero sulla morte della giovane poliziotta cavese. Ieri il gruppo aperto sulle pagine di facebook, ormai da un paio di anni, ha registrato decine e decine di post di soddisfazione e gioia per la notizia della riapertura delle indagini sulla tragica fine di Anna. «Riaperte le indagini ci sarà giustizia anche per lei – scrive un’amica». E ancora: «Da oggi finalmente riaperte le indagini: era ora e che adesso giustizia sia fatta»; e ancora post di giovani donne della Basilicata che da tempo stanno intraprendendo una lotta per scoprire la verità su tre morti sospette: tutte giovani, morti sospette catalogate come suicidi.

Anna Esposito poliziotta uccisa

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