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luigi Iannotta vita e morte del professore che disse no al capo dei capi

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Rosaria Capacchione Il suo tempo si è fermato la sera del 19 aprile del 1993. Era un lunedì, Pasqua era passata da otto giorni. Faceva freddo e piovigginava. Il bambino era alla finestra e vide il padre arrivare assieme a un amico, l’architetto Dante Petrillo. Lo vide allora e poi mai più. Erano le 20,30 e lo aspettò inutilmente senza capire perché, all’improvviso, la mamma avesse iniziato a piangere. E perché piangevano anche Paola e Claudia, le sue sorelle più grandi. Il bambino, come ancora lo chiamano a casa, continua ad aspettare. Non si spiega perché il padre non sia più tornato. È convinto che lo abbia abbandonato, che sia scappato, e non lo nomina neppure. È arrabbiato, e molto. Nel certificato di nascita è scritto che ha compiuto venticinque anni. Quella sera ne aveva sei, come oggi del resto. È il più piccolo dei tre figli di Luigi Iannotta, professore alla scuola media Raffaele Perna, a Santa Maria Capua Vetere, e assessore al personale a Capua. Il professore Iannotta era anche il presidente liquidatore del Covin, il consorzio che a quel tempo raggruppava i titolari delle cave di materiale inerte delle province di Napoli e Caserta. Vi era entrato una dozzina di anni prima perché, con il fratello Gaetano, era proprietario della cava Sogem, a Pontelatore. Entrato per forza, dopo una sorta di diffida del presidente di quel tempo, Sebastiano Meneganti, perché in realtà alla Sogem il consorzio non serviva: produceva ghiaia di alta qualità, durissima, la sola che avesse superato i test di qualità delle Ferrovie dello Stato; la condivisione degli utili con il sistema delle carature per la ditta era solo un danno. Quella sera, dunque, il bambino era alla finestra – una bella casa nella zona residenziale di Santa Maria Capua Vetere, in via Giovanni Paolo I – Paola Iannotta era in strada con gli amici e la mamma, Giovanna Perugino, a casa con Claudia. La cena era pronta. Papà Luigi aveva promesso che avrebbe portato il gelato. Parcheggiata l’auto, con Dante Petrillo si era avviato verso la gelateria, «La paletta d’oro», a cento metri da casa. Raccontò l’architetto ai carabinieri: «La strada era trafficata e molto rumorosa. Per raggiungere il fabbricato della gelateria si attraversa una zona assolutamente buia. Io camminavo alla sinistra dello Iannotta e giunti all’angolo di detto fabbricato mentre io guardavo distratto davanti a me, ho sentito dei colpi vicinissimi provenire dalla mia sinistra e non molto dietro di me. Mi sono girato e non ricordo esattamente se lo Iannotta era già a terra o si stava accasciando a terra». I colpi erano colpi di pistola. Cinque, per la precisione. Esplosi da un revolver calibro 38. L’ogiva di un sesto proiettile, integra e senza ammaccature né macchie di sangue, è stata poi trovata accanto al corpo. Un’ora prima della morte Luigi Iannotta si era incontrato con l’avvocato del Covin, Alfredo Frezza. Voleva verificare con lui la fattibilità di un progetto abbozzato assieme ad altri proprietari di cave: ricostituire il consorzio. Non per fare cartello e imporre i prezzi ma per mettere insieme le risorse per commercializzare i prodotti di scarto e per lavorare e vendere prodotti finiti. Il Covin, infatti, era stato sciolto il 30 dicembre dell’anno precedente su input dell’Antitrust. I settanta dipendenti erano rimasti senza lavoro e da cento giorni stazionavano nella piazza della Prefettura chiedendo risposte, speranze, magari la cassa integrazione. Raffaele Nogaro, oggi vescovo emerito di Caserta, denunciò con rabbia e amarezza: «Ignominiosamente viene ucciso il professor Iannotta, la persona incaricata di consorziare di nuovo e per ridare loro il lavoro. Il futuro dopo l’omicidio Iannotta si è fatto ancora più incerto». Non si sapeva ancora che gli stati maggiori della camorra campana avevano deciso che gli inerti dovevano essere prodotti e venduti solo da chi aveva anche gli impianti del calcestruzzo. E cioè dalle loro imprese di fiducia: quelle controllate da Francesco Schiavone, Carmine Alfieri, Michele Zagaria, la famiglia Iovine. Senza neppure saperlo, il mite professor Iannotta, il liquidatore, si stava muovendo in direzione opposta ed è per questo che fu fermato. Il nuovo Covin non è mai più nato. Delle indagini su quella morte si sa poco o nulla. Il fascicolo – uno stralcio del processo Spartacus – è stato aperto e archiviato due volte. Contiene il verbale di sopralluogo, le testimonianze dell’architetto Petrillo, dell’avvocato Frezza, del fratello Gaetano, la perizia autoptica e le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia: Carmine Schiavone e Raffaele Caianello. Il primo ha raccontato il contesto, l’altro ha fatto – de relato – i nomi di mandante ed esecutore. Le indagini non sono mai andate oltre. A un certo punto della storia a Gaetano Iannotta hanno sospeso la certificazione antimafia perché l’omicidio del fratello era un omicidio di camorra. Motivazione inspiegabile. In tempi successivi alla vedova e ai figli è stato negato lo status di vittime della criminalità organizzata, nonostante il pm che chiese l’archiviazione, Giuseppina Loreto, dalle dichiarazioni dei pentiti, pur insuffienti per un processo, avesse reso evidenti «indizi ai fini della qualificazione dell’omicidio de quo quale omicidio di stampo camorristico ascrivibile al clan dei Casalesi». Il fatto è che Giovanna, Claudia, Paola e il bambino vorrebbero far scorrere nuovamente il tempo. Vorrebbero, cioè, che qualcuno si prendesse la briga di scrivere la storia di Luigi Iannotta per intero, in un processo che rimettesse le cose al posto giusto. E che spiegasse, nelle carte scritte, cosa accadde quella sera e perché Il Mattino

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