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ADDIO ALL´ULTIMO DEI LAURO

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Pietro Gargano Se ne è andato l’ultimo dei figli di Achille Lauro, il terzogenito Ercole Lauro, ingegnere, classe 1927. Un uomo discreto, che ha vissuto all’ombra del padre e si è assunto la responsabilità anche di errori altrui. I rapporti con il Comandante, padre padrone, talvolta furono tesi. Con la sorella Laura maritata Dufour (l‘altro figlio, Gioacchino, ebbe una posizione più prudente), Ercole tentò invano di opporsi al matrimonio con la giovane attrice Eliana Merolla. Spesso se ne andò a Genova, a dirigere la flotta da un nodo cruciale per i traffici marittimi. Diede prove di abilità, fu sua l’iniziativa – rivoluzionaria per lo stile della famiglia – di affiancare al naviglio di proprietà alcune unità prese a nolo. Gli andò bene, anche perché sapeva assicurarsi gli scali prima ancora di possedere le nuove navi. Fu lui a battezzare con i nomi dei genitori le due «navi maledette», l’Angelina e l’Achille Lauro. Nel 1980 ebbe il privilegio di avere una nave col suo nome, varata a Genova. Si occupò del quotidiano Roma e, avendo presagito l’imminenza della crisi, tendo di allontanare il giornale dalle posizioni di destra per collocarlo in un’area più moderata e favorevole al governo. Nel 1977 nominò direttore Antonio Spinosa e lavorò a un gemellaggio tra il Roma e il Giornale Nuovo di Indro Montanelli; l’intesa saltò per l’irremovibile rifiuto di Don Achille. Il preludio del crac lo colse nel ruolo cruciale di amministratore delegato della Flotta. Ne 1981 il padre lo indicò pubblicamente come responsabile del disastro. Non reagì, si chiuse nel silenzio. Pagò con i processi nei tribunali e nei giornali; con l’ingenerosa accusa di insipienza per l’acquisto delle due superpetroliere Volere e Coraggio; con la perdita di quasi tutti i beni materiali, compresa Villa Roccia, meraviglia caprese sotto il Castiglione; con il logorio del suo matrimonio con Elena d’Aragona. Se ne andò a produrre vino in una tenuta di Città della Pieve, in Umbria la Villa Antica. Tornò a parlare all’inizio degli anni Novanta, quando la campagna denigratoria della figura del padre si fece più intensa. Disse che la responsabilità del fallimento era tutta politica, una politica fatta di interessi; disse che sarebbero bastati venti miliardi di lire a evitare il peggio, e la famiglia aveva già avviato le procedure per vendere cinque navi; disse che il Comandante aveva sbagliato solo partito, invece di fondare il partito monarchico avrebbe dovuto iscriversi alla Democrazia Cristiana e il finale sarebbe stato ben diverso. A biografi che tentavano di riabilitare l’«ultimo vicerè di Napoli» dettò qualche frase, ad esempio: «Papà mi ha insegnato ad amare gli amici, a considerarli un valore. Lui aveva amici che nulla avevano a che fare con la politica. E poi l’onestà e la rettitudine, l’unico bene che mi abbia lasciato». Negò ogni parallelo tra il padre e Silvio Berlusconi, uniti solo dal passaggio dall’impresa alla politica. Passata questa fase, tornò a tacere. Chi scrive gli chiese un’intervista, nel periodo del silenzio, ed ebbe un cortese rifiuto, dopo l’offerta di un buon caffé, da signore, elegante non soltanto nel vestire. Gli amici lo chiamavano Ninni. Ogni tanto credevano di avvistarlo a Villa Peirce a Posillipo (in cui si gira la serie televisiva «Un posto al sole») un tempo appartenuta alla famiglia. Si parlò forse per l’ultima volta di lui nel 2006, quando sui muri di Napoli apparvero manifesti con la faccia di Don Achille e la scritta «Da Lauro a Lauro, il futuro ha un nome antico». Era la campagna di propaganda del senatore Salvatore Lauro. Ercole lo citò e raggiunse un accordo prima della pronuncia del giudice; rapidamente i manifesti svanirono. Con la scomparsa di Ercole, l’ingegnere, svanisce anche la dinastia vera e propria dei Lauro che in pochi anni passò dal potere assoluto alla decadenza. Il Mattino

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