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Ravello Pasquale Palumbo a Castiglione ricordando Atrani

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Un discorsco che ha colpito la redazione di Positanonews, fra i tanti che abbiamo letto di Ravello in Costiera amalfitana, è quello di Pasquale Palumbo (fondatore dei Concerti di Ravello nonchè poliedrico uomo di cultura impegnato nel sociale ) candidato per Insieme per Ravello. 

Vorrei iniziare da una data, quella del 9 settembre dello scorso anno. Quel pomeriggio, tornando da Maiori a Ravello, invece di sentirmi semplicemente un povero idiota che si ostinava a camminare sotto una pioggia che diventava sempre più forte ad un certo punto ebbi l’impressione di essere finito in un autolavaggio al posto della macchina.
Ricordo di aver attraversato sulla costa d’ Amalfi una Minori coperta da un tappeto di limoni, da un lago di fango che non permetteva di attraversare il lungomare, e l’aria che odorava di terra, lì dove il Torrente Reginna trasformato in una tempesta nera faceva l’ultimo salto vicino alla Villa Romana.
Risalendo le scale dopo il cimitero l’acqua che pure a fiumi si riversava lungo la strada era invece limpida. Un segno che più su non avrei trovato macere crollate e sarei riuscito ad arrivare sino a casa. Non immaginavo, nonostante la violenza della pioggia, che di lì a poco avrei letto sulle chat le prime notizie della disgrazia di Atrani.
Solo un anno prima poteva sembrare buffo per il contrasto fra i due ambienti vedere delle persone sulla spiaggia a raccogliere le castagne trasportate fin lì dall’acqua del torrente.
Oggi è evidente che quello era uno dei tanti segni premonitori a cui doveva essere data la giusta attenzione.
Oggi le tragiche immagini del torrente Dragone in piena che investiva la piazzetta di Atrani sono un ricordo indelebile, ben fisso nella memoria di una intera comunità.
Per questo disastro, più volte preannunciato dai cittadini di Atrani, sono state indicate delle cause concomitanti imputabili direttamente all’uomo, come lo scarico (abituale e per questo ancora più criminoso) di materiali di risulta nel letto del fiume, auto parcheggiate lungo la stradina interna, la riduzione dell’ampiezza dell’ultimo tratto del fiume costretto a percorrere uno stretto tunnel.
Non possiamo però continuare a sottacere che purtroppo, in quelle poche ore, è stata la nostra montagna a cedere, a non reggere alla forza di un vero e proprio diluvio che ha trascinato a valle enormi quantità di terra, massi, interi alberi.
Un evento eccezionale ma, purtroppo non raro, purtroppo ancora ripetibile.
Chi ha voluto verificare cosa fosse effettivamente accaduto in quelle poche ore ha però constatato che lì dove la montagna è ancora vissuta e ben utilizzata dall’uomo, i danni sono stati limitati. Le fascinate e le palizzate dei castagneti hanno limitato i danni contenendo gli smottamenti, così come i terrazzamenti lo avevano fatto per i giardini sulla costa.
La nostra, è una montagna molto fragile, con un sottile manto di creta che riveste una enorme quantità di pomice. Pomice che ci ha regalato il Vesuvio e che troviamo in gran quantità sulla strada scendendo verso Tramonti.
E’ un regalo che ci va bene per il presepe e per conservarci dentro le castagne, ma non quando la pioggia lo trascina a valle.
Il giorno dopo la disgrazia, salendo per le vene dello Scalandrone verso Santa Maria dei Monti, un pastore mi disse che era vivo per miracolo: “credetemi, quella non era pioggia, era come se qualcuno lassù mi stesse rovesciando addosso barili di acqua e pietre”. Poi, guardando le frane cadute giù verso Santa Caterina ancora una riflessione: “il problema è che queste benedette montagne non le puliscono, non sfoltiscono gli alberi e sotto gli alberi non riuscirà mai a cresce l’erba che tenendo ferma la terra farebbe scorrere l’acqua senza incidenti”.
Poteva anche essere una considerazione di parte perché si sa, le zone piene d’erba sono il paradiso delle pecore, non è quello l’unico problema, ma la sua osservazione era giusta.
Affinché tragedie simili non si ripetano è necessario ricostruire lo stretto rapporto che un tempo l’uomo aveva con il suo territorio, rendendo possibile un utilizzo accorto ed economicamente redditizio della montagna.
Perché questo avvenga è necessario facilitare la percorribilità della zona montana. Lo si può realizzare abbastanza agevolmente con piste sul lato del “Passo” e con il prolungamento, sul versante di Ravello, di quelle già presenti nel Senito di Scala.
Così, oltre a permettere un rapido accesso in caso di incendio e a facilitare la manutenzione, si abbatterebbero notevolmente i costi per il trasporto.
E ancora, ritengo che, adottando un attento piano di gestione, sia possibile permettere l’uso del demanio da parte dei cittadini in cambio di una costante e verificabile effettuazione di opere di manutenzione come quella per i sentieri che vanno cartografati, curati e se necessario ripristinati.
E questo non tanto in funzione turistica, cosa che porterebbe a privilegiare solo quelli più panoramici, ma perché sono e resteranno le uniche vie di accesso alle risorse montane anche più lontane.
Andando da Scala verso Agerola per una escursione incontrai un solido concittadino più che ottantenne che nonostante gli anni mi stava costantemente avanti. Quando lo raggiunsi, dopo essersi lamentato del fatto che il medico gli aveva detto di passare da una bottiglia ad un bicchiere di rosso al giorno, mi volle ricordare che da ragazzino quelle strade lui le percorreva abitualmente fino Gragnano e quindi da li di ritorno a Ravello per trasportare a spalla i sacchi con la pasta che serviva a casa.
I sentieri sono un patrimonio storico della nostra comunità. Sono le antiche vie di comunicazione utilizzate dai nonni per raggiungere paesi anche distanti e le uniche vie di accesso dei turisti del Grand Tour dell’800 per arrivare nelle nostre zone.
Anche l’installazione di impianti per l’energia alternativa può essere una concreta opportunità di sviluppo per le zone montane, soprattutto ora che il governo ha finalmente rinunciato al piano per le centrali nucleari: la ventosità dei nostri percorsi di cresta, per esempio, può essere sfruttata per la produzione di energia eolica.
Sono convinto che il concetto di “energia pulita = impatto ambientale zero” sia applicabile anche dal punto di vista paesaggistico, per il quale rappresenta anzi un momento qualificante: una pala eolica è un forte segno di civiltà, di interazione fra uomo e natura che va a cogliere energia così come può cogliere i frutti dei campi.
E’ necessario però impegnarsi perché un tale metodo di approccio sia recepito dagli altri enti territoriali affinché sostengano fattivamente l’attuazione dei progetti che saranno presentati.
Ravello si sta sgretolando, non in senso figurato, ma letteralmente. La roccia su cui è costruita la città è soggetta a frequenti distacchi e non sempre di piccole dimensioni: alcuni dei blocchi precipitati a valle nel passato non erano proprio dei sassolini. Tant’è che i contadini non potendoli demolire li integrarono nei terrazzamenti ricostruendoci sopra i muri di confine che erano stati distrutti.
La caduta dei massi a Cigliano, che ha comportato la chiusura della strada rotabile, è stato solo l’episodio più eclatante, amplificato dalla presenza sul posto di una attività commerciale. Le pietre che spesso incontriamo sulla provinciale di Chiunzi sono invece una costante alla quale abbiamo purtroppo fatto abitudine, così come non ci sorprendiamo più per la sua frequente chiusura a causa delle frane. Frane come quelle che da più punti caddero contemporaneamente pochi anni or sono sull’abitato di Sambuco, dove solo per miracolo non si verificò un disastro.
Un masso caduto nei pressi del laboratorio al Km 2 di quella strada, finito sul marciapiede dopo l’impatto con l’asfalto sul quale aveva pure lasciato una bella impronta, è rimasto li per mesi: nessun clamore, nessun intervento, alla fine era diventato per me un utile spunto per sorpassarlo con un piccolo salto durante la corsa mattutina.
Chi percorre alcune pedonali – così come i proprietari dei terrazzamenti fra San Cosma e Santa Barbara sino a Cigliano – ben sa del costante pericolo di distacco di frammenti dal costone roccioso sovrastante.
Per questo è indispensabile arrivare alla istituzione di un sistema di costante controllo delle zone a rischio e all’effettuazione di opere di messa in sicurezza, come già avvenuto per le rocce sovrastanti Atrani.
E a riguardo solo una breve riflessione. Quando ci si azzarda (violando scientemente una ordinanza ormai quasi annuale) a superare gli sbarramenti che bloccano il transito sulla
pedonale che dalla piazzetta di Castiglione arriva ad Atrani guardando in alto si nota che non ci sono reti ancorate alla roccia per evitare cadute di massi.
Le reti si fermano infatti sulla verticale della porta che chiudeva la strada e segna il confine tra Ravello ed Atrani, quasi che quella porta delimiti anche la zona di pericolo Atrani (con le reti), da quella senza sembrerebbe a questo punto senza problemi cioè Ravello (dove non ci sono reti).
Come se la stessa roccia, la stessa montagna, si possa comportare diversamente a seconda dei confini amministrativi nei quali si trova.
E’ innegabile che il grosso problema della nostra produzione agricola, costretta in piccoli appezzamenti dove la meccanizzazione è praticamente impossibile, è la sua scarsa redditività.
Ma la cura dei giardini è l’unico mezzo per conservare l’unicità del territorio, per evitare che i limoneti si trasformino in quei “boschi” di limoni inghiottiti dai rovi che è già possibile incontrare risalendo dalla costa verso Ravello in quelle zone dove il gran numero di gradini ha dissuaso i proprietari dal continuarne la produzione.
E’ quindi urgente creare uno sportello di informazione, una mailing list in cui inserire tutti i possibili fruitori, per rendere immediatamente disponibile la documentazione per beneficiare di tutte quelle sovvenzioni o agevolazioni che vengono erogate da Regione, Stato, Unione Europea a favore dell’agricoltura e del suo esercizio in funzione turistica. Finanziamenti a cui purtroppo riescono ad accedere solo quei pochi che sono particolarmente addentro alla materia o hanno avuta la fortuna di essere stati opportunamente informati.
Un obiettivo prioritario è la salvaguardia della tipicità delle nostre coltivazioni. È questa una azione indispensabile per contrastare la globalizzazione dei mercati che finisce per penalizzare proprio i piccoli produttori.
È necessario promuovere i prodotti tipici con un piano di marketing con lo stesso sforzo che da 50 anni viene dedicato purtroppo solo al festival ed alle attività culturali.
Va favorita la distribuzione a km 0 con aree dedicate alla vendita/scambio nel centro di Ravello e l’utilizzo dei prodotti locali da parte dei ristoratori ravellesi.
Penso sia una idea valida. Aglio cinese, patate francesi, pomodori spagnoli sono normalmente in vendita, li troviamo dai supermercati agli ambulanti. Eppure anche chi qui produce ortaggi, frutta, vino solo per esigenze familiari spesso si trova con una eccedenza di produzione.
Infatti sono anni che il caro amico Nicola Fiore mi riempie di vino mentre il buon candidato sindaco più intelligentemente mi invita a prendere direttamente i pomodori nel
suo giardino perché, giustamente, visto che me li regala, preferisce non metterci pure la fatica per raccoglierli.
Ora penso che chiunque, avendo un punto di riferimento, un mercatino dove trovarli, preferirebbe senz’altro i prodotti “locali” a quelli di origine incerta. Ricordo che quando le mie bimbe iniziarono lo svezzamento mia madre si affannava a cercare zucchine, carote, frutta coltivate a Ravello perché non si fidava neppure degli omogeneizzati.
Si tratterebbe solo di dare una mano per coordinare o associare i piccoli produttori, di fornire un codice di regolamentazione per permettere alla produzione di fregiarsi del marchio “De.Co” (che non è il marchio di un supermercato ma l’acronimo di Denominazione Comunale) per certificarne la provenienza e, cosa essenziale, di offrire gli opportuni spazi pubblici dove i prodotti potrebbero essere venduti anche ai turisti.
A dire il vero inizierei già domami con una semplice bacheca, reale o virtuale, dove si possa avviare un primo contatto fra domanda ed offerta.
L’olivocoltura può ricevere un forte impulso dalla riapertura dei vecchi frantoi e dall’utilizzo del marchio DOP già riconosciuto delle “Colline Salernitane” per arrivare sino ad un olio DOP “Costiera Amalfitana”.
Un richiesta riconoscimento in tal senso deve essere promossa e sostenuta dall’Amministrazione, mentre per la viticoltura bisogna far si che dietro le quote DOC (per la cui certificazione andrà attivato un servizio di assistenza gratuito) ci sia (soprattutto) dell’ottima uva locale.
Sarei felice se, da qui a breve, insieme alle ceramiche, al vino, al limoncello i turisti mettessero nelle loro valigie anche qualche bottiglia del nostro olio.
Le procedure amministrative per la manutenzione e l’accessibilità dei fondi agricoli devono essere semplificate e rese economicamente sostenibili anche con la stipula di convenzioni con tecnici locali a cui gli agricoltori potranno rivolgersi a tariffe prestabilite per la redazione delle pratiche.
Più in generale bisogna ridurre i costi di trasporto che, nel nostro secolo, non possiamo ancora continuare ad accettare sia effettuato a spalla.
Per questo NON riproporrei le più volte prospettate ma purtroppo solo futuribili ed onerose teleferiche o monorotaie condivise fra più proprietari (che sono difficilmente gestibili e certificabili ai fini della sicurezza), ma punterei piuttosto sulla realizzazione di piccole rampe che colleghino i fondi fra di loro e quindi alle rotabili.
Abbiamo sorgenti e corsi d’acqua non ancora utilizzati eppure, considerata anche le difficoltà nell’ottenere le necessarie autorizzazioni per la realizzazione di vasche irrigue, gran parte degli agricoltori incontrano grossi problemi a disporre di acqua sufficiente per le loro coltivazioni, e per quindi protrarre la produzione sino ai periodi in cui la vendita è più redditizia.
La creazione di un consorzio con la partecipazione economica dell’amministrazione, sarà il primo passo per la realizzazione di una condotta di irrigazione che replichi, per la zona che da Torello va a Santa Barbara e Castiglione, quella che da anni è già in funzione per Traverse – Torello – Marmorata.
Il sistema di irrigazione può essere realizzato prelevando l’acqua del Dragone (è il fiume cattivo che qui diventa buono), subito dopo le sorgenti del Lavatoio, in modo analogo a quanto avviene a Minori dove nella zona di Riola (o Ariola, dipende in quale senso la si percorre) viene incanalata quella del Reghinna Minor sia a destra che a sinistra della valle.
E’ un’opera non semplice, forse costosa, ma non ciclopica. Mi conforta il fatto che dopo decenni sono ancora in funzione le canalizzaizoni che i nostri genitori avevano realizzato nonostante le minori disponibilità economiche perché vita delle loro famiglie dipendeva integralmente dai frutti della terra.
Ritengo che Ravello sia unica non tanto per i suoi monumenti ma per il contesto in cui sono posti. I terrazzamenti, siano questi vigneti, orti, limoneti, devono essere considerati un monumento che testimonia come nei secoli gli abitanti hanno trasformato un territorio selvaggio in un paesaggio unico al mondo. Un territorio che oggi più di ieri deve essere tutelato. Ma tutelare non significa vincolare, non significa costringere gli agricoltori ad una gestione economicamente insostenibile della loro attività con norme che rendono difficile se non impossibile l’ottimizzazione dei fondi, il trasporto ed il deposito dei materiali.
Sostengo che la Costiera Amalfitana potrebbe senz’altro continuare a vivere di turismo anche senza i suoi monumenti più rilevanti. Ma di certo non senza i suoi limoneti, senza i teli che, come un rito all’approssimarsi dell’inverno, li vanno a ricoprire quasi fosse una mano unica ed ancora senza i suoi vigneti ed i suoi orti.
L’immagine turistica, tanto decantata, non sarebbe sopravvissuta dall’ottocento ad oggi senza la caparbietà ed i sacrifici di chi ha continuato, nonostante il progressivo ridursi o addirittura annullarsi dei margini di guadagno, a mantenere attive le coltivazioni, a conservare le zolle di terra ancorate alla montagna tenendo in ordine le macere lì dove ci sarebbero altrimenti oggi solo arbusti e roccia scoscesa.
Per aiutarci ad assicurare un futuro al nostro territorio, a segnare una strada che, anche se nuova, vuole essere semplicemente il prolungamento in questo nuovo millennio di quella che avevano già tracciato i nostri antenati, sono a pregarvi di accordarci la vostra fiducia perché il mio unico desiderio, l’impegno di tutti i candidati, la volontà dell’intero Movimento Insieme per Ravello è di lavorare, con a fianco tutti i cittadini, per la crescita dell’intero nostro amato paese.
Castiglione di Ravello, 1 Maggio 2011
Pasquale Antonio Palumbo

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