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Roberti: «Cutolo voleva pentirsi ma fu minacciato dai servizi segreti»

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Il procuratore di Salerno: con il pm Greco prontp il piano-protezione. Il boss della Nco coinvolto nella vicenda Cirillo-Br-Dc.

 NAPOLI (6 marzo) – «Fu minacciato dai servizi segreti» Raffaele Cutolo per evitare che iniziasse la collaborazione con lo Stato, raccontasse gli anni Ottanta della camorra a partire dai giorni della trattativa, con la Dc e pezzi dello Stato, per la liberazione di Ciro Cirillo.

Fu ridotto al silenzio, Cutolo, perchè «minacciato dai servizi segreti». Lo rivela il procuratore capo della Repubblica di Salerno, Franco Roberti all’epoca magistrato in servizio alla Dda di Napoli.

«Insieme al collega pm salernitano Alfredo Greco eravamo in fase avanzata anche per un adeguato programma di protezione. Cutolo, qualche ora prima del trasferimento, disse: ”Le mie donne mi hanno detto che non mi debbo pentire”. La verità – dice Roberti – è che Raffaele Cutolo indietreggiò sulla strada del pentimento perchè fu minacciato dai servizi segreti». Il boss di Ottaviano aveva già raccontato e fatto verbalizzare all’allora pm della Dda di Salerno, Alfredo Greco, decine di pagine di interrogatori.

«Confermo il ricordo, processuale e storico, del collega Roberti – dichiara Alfredo Greco, oggi pm a Vallo della Lucania – Confermo la volontà di Cutolo di collaborare con la Giustizia, in quegli anni Novanta. Andare oltre? Credo che il personale riserbo, al di là della giustezza dei ricordi, possa ancora servire per riprendere il bandolo di una matassa con molti fili nella storia politico-criminale della Repubblica». Non è solo la sottile demarcazione semantica tra «pentimento» e «dissociazione» sul crinale, stavolta, della dottrina della Chiesa e inserita nel contesto dall’ultimo libro di Isaia Sales sui «silenzi» e le denunce della Chiesa sulle mafie, a favorire l’esemplificazione più inquietante sulla retromarcia di Raffaele Cutolo.

La presentazione del libro di Sales è l’occasione non solo per ribadire che «nessuna trattativa- aggiunge Roberti – è mai possibile tra Stato e criminalità organizzata, se non secondo le modalità codificate dal legislatore» ma che, spesso, e come capitò agli inizi degli anni ’90, il sano impulso redentivo della Chiesa avrebbe potuto indirettamente agevolare finalità secondarie e depistanti degli stessi protagonisti della criminalità organizzata. Siamo nei primi anni Novanta.

Nell’ufficio dell’allora coordinatore della Dda di Salerno, Alfredo Greco, arrivano tre avvocati salernitani con la richiesta di centinaia di camorristi pronti a «dissociarsi», raccontare cioè le loro storie criminali ma senza chiamate in correità di altri soggetti. Dalla Campania alla Calabria, l’elenco è lunghissimo. Il primo segnale, annunciato da una intervista dei primi giorni di febbraio di monsignor Riboldi, arriva il 16 febbraio ’94: in un garage ubicato di fronte il palazzo di giustizia di Salerno i boss fanno ritrovare un’autentica santabarbara: due kalasnhnikov, un mitra Uzi ed uno Stern, quattro fucili a pompa, altrettanti a canne mozze, un fucile Winchester con cannocchiale di precisione, altri due di fabbricazione austriaca ed inglese, dodici bombe a mano, un giubbotto antiproiettile, la sirena lampeggiante di un’auto della polizia.

Ma accanto a questi segnali ce quello ancor più concreto e diretto. Cutolo incrocia in un processo il pm Greco. Il boss è accusato di omicidio. Ascolta la requisitoria del pm e poi confessa: «Mi avete convinto, sono stato io a ordinare l’omicidio del sequestratore del piccolo Casillo». Conosce il pm salernitano, da vicino. Il boss ora è con lui che intende parlare. Greco gli fa subito capire che rappresenta lo Stato con la forza della Legge che deve contrastare il potere criminale e sanguinario impersonificato dal boss di Ottaviano.

«Da dove dobbiamo cominciare?» chiede Cutolo al pm Greco. «Dalla prima Comunione» risponde Greco per far capire subito che non accetterà digressioni inutili o racconti «fantastici». Il pm informa i suoi superiori, ottiene, secondo le procedure dell’epoca, l’ok del capo della Polizia Vincenzo Parisi. Cutolo è recluso nel carcere di Belluno ma per i colloqui con il pm viene trasferito a Carinola. Negli stessi giorni al boss di Ottaviano gli notificano una ordinanza di custodia cautelare con l’accusa dell’omicido di Salvatore Alfieri, fratello del boss Carmine. Il boss continua a parlare con il pm salernitano ma c’è la necessità di trasferirlo in una località protetta. Tutto avviene in gran segreto.

Scatta il piano per il trasferimento dal carcere di Carinola a una struttura militare di Salerno, la mappa stradale della Campania sul tavolo del pm, l’individuazione di un percorso segreto e altetnativo per il viaggio del boss verso Salerno. Ma è la notte antecedente il trasferimento che Cutolo avverte: «Non intendo più collaborare».

Nella stessa notte per il carcere di Carinola parte il pm Greco, sull’autostrada l’auto con il magistrato viene inseguita e seguita da una Porsche e da una moto di grossa cilindrata. Quando il pm arriva a Carinola, a quell’ora di notte trova il carcere popolato fino all’inverosimile di funzionari ministeriali. Non resta altro che registrare la «nuova» volontà di Raffaele Cutolo

fonte il Mattino                               inserito da Michele Pappacoda

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