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Come nacquero le lucciole…

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Tre giovani, ragazzi appena ventenni, attraversavano un cavalcavia della tangenziale all’alba del primo giorno dell’anno, all’alba della loro vita, all’alba di un inverno lungo e  rigido. Francesco era alla guida della sua cinquecento e fumava una sigaretta con il gomito appoggiato sul finestrino aperto, con aria di sfida invitava i due amici a risalire in macchina. Claudio camminava a piedi davanti all’auto che marciava a passo d’uomo suonando con tutta la sua grinta il sassofono; Chiara, a piedi anche lei tra i due, teneva il passo sorridendo ora all’uno ora all’altro, tenendo con una mano un bicchiere di cristallo oramai vuoto e con l’altra il lembo di un’ampia mantella nera con cappuccio che la copriva tutta. Claudio suonava male una melodia che faceva ridere Francesco a crepapelle tra una boccata e l’altra e il reiterato invito a smetterla e montare di nuovo in macchina. Chiara ascoltava le note strazianti che uscivano dallo strumento di Claudio immaginando che un giorno non troppo lontano lui avrebbe suonato l’amato sax alla perfezione. Erano tutti e tre reduci dai festeggiamenti della notte di fine d’anno e non avevano alcuna intenzione di andare a dormire. Così si diressero a casa di una loro amica che li accolse assonnata e felice. Dopo la colazione, gli auguri, gli abbracci e i brindisi, l’amica li lasciò in soggiorno al caldo davanti al camino ancora acceso. Fuori il sole era già alto e brillava dalle finestre chiuse nonostante la rigida stagione. Francesco fumò un’altra sigaretta e poi si addormentò sotto il piumone sdraiato sul divano con un sorriso sarcastico sulle labbra dopo aver ricordato a Chiara che la data dell’esame era vicina e il programma svolto ancora a metà. Claudio e Chiara rimasero a guardare il fuoco felici della loro ritrovata intimità. Temevano però la presenza di Francesco, temevano di turbare la sua sensibilità, temevano la sua gelosia, temevano di nuocergli, amandolo, di mostrargli tutta la loro gioia di essere insieme, da soli e condividere il fuoco, i sorrisi e il nuovo giorno della vita a venire. Così attesero in silenzio che Francesco sprofondasse in sonno profondo e sereno. Attesero in silenzio ma guardandosi dritto negli occhi, lasciando che  a parlare fossero i loro pensieri, le speranze e le loro labbra serrate. Aspettarono finché Chiara andò ad accoccolarsi tra le braccia di Claudio che accolse l’amica avvolgendola con la sua coperta. Fu a quel punto che Claudio prese a parlare sottovoce e Chiara ad ascoltare le sue parole in silenzio pregando il suo cuore di inciderle per sempre e non dimenticarle mai. Claudio le disse che sarebbe partito per un luogo lontano, le mormorò che avrebbe portato con sé gli occhi di lei e le sue labbra e poi cominciò a raccontare.

Un giorno, le disse, su una spiaggia deserta giocava un bambino da solo di notte con l’unica luce delle stelle e della via lattea d’argento, la luce di un cielo mai completamente buio nelle prime notti d’estate, ma il bimbo aveva esaurito ogni fantastica invenzione. Le ombre avevano costruito per lui interi paesaggi di complicati labirinti e strabilianti messe in scena di rappresentazioni mai viste. Il bambino rimase perplesso a guardare le sue mani cercando ancora una domanda da fare all’universo per esaudire il suo desiderio di giocare.

All’improvviso dal cielo cadde un fascio di luce, un raggio dorato sulla sabbia bianca. Guardandolo assorto, il bambino vide che si trattava di un ago gigantesco puntato sulla riva del mare. Dopo qualche minuto, una fila lunghissima di insetti come formiche cominciarono ad avvicinarsi all’ago e poi ad arrampicarsi lungo l’acciaio splendente, piano, con estrema lentezza come spinti da un desiderio più grande delle loro stesse minuscole forze. Il bambino guardava rapito la marcia trionfale alla volta della cima dell’ago lontana nel cielo.

Finalmente il primo insetto arrivò e dopo un attimo di esitazione si lanciò dentro la cruna dell’ago. Subito,  dietro di lui gli altri insetti lo seguirono e, tutti quanti, ad uno ad uno uscivano dalla cruna volando luminosi a intermittenza nel cielo.

Uno sciame di lucciole circondava adesso il bambino irradiandolo con una luce fatata.

Guardando per l’ultima volta le stelle specchiarsi nel mare il bambino vide anche dissolversi l’ago.

 “Ed è  proprio così che, io credo, nacquero le lucciole” disse Claudio, poi rimase per un po’ in silenzio e Chiara registrò la fiaba nel suo cuore.

Sapevano ambedue di dover attraversare mondi sconosciuti per ritrovare la magia del ricordo. Sapevano che la fantasia sarebbe stata la loro unica amica, all’alba della loro vita. 

Francesco li guardava pensieroso, aveva già acceso un’altra sigaretta e baldanzoso creava anelli concentrici di fumo che raggiungendoli attraevano la loro attenzione. Anche lui aveva ascoltato la fiaba e adesso sapeva che non doveva temere l’amore.

 

 

                                                                   Giovanna Mangiaracina

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