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POSITANO TORNA RUTA PER UNA MOSTRA A IL CATALOGO DI SALERNO

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Questa mattina, domenica 26 aprile 2009, ho accompagnato Enzo Esposito all’ aeroporto di Capodichino a ricevere l’artista tedesco-americano Peter Ruta e sua moglie la scrittrice Suzanne provenienti da New York. Peter e Suzanne li ho conosciuti la scorsa estate nella Galleria Ristorante di Enzo a Fornillo a Positano in Costiera Amalfitana . Grande l’emozione quando ci siamo rivisti. Peter ritorna a Positano dove ha dipinto per tanti anni paesaggi , scorci e personaggi per inaugurare la sua prossima personale a Salerno nella Galleria “Il Catalogo” di Lelio Schiavone” in via De Luca 14. La mostra presentata da Enzo Esposito è curata da Massimo Bignardi Direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Storico Artistici dell’ Università di Siena. Peter osserva la ” natura morta ” appena preparata per lui dallo chef Vincenzo , e tutti noi un pò burloni ci siamo domandati se sarà il soggetto del prossimo quadro a Positano. Peter nasce da Walter e Else Franke una famiglia ebrea di Dresda nel 1918.. Il padre, è tra i fondatori del cabaret Dada di Lipsia e collaboratore della rivista satirica “ Der Drache”. Alla salita al potere di Hitler la famiglia franke si trasferice i n Italia e cambiano nome in Ruta. Il giovane Peter emigra negli Usa dove la famiglia ha degli agganci. Vive a New York divenuta cento della cultura mondiale. Vivrà anche un lungo periodo in Messico. Quando l ‘America entrerà in guerra Peter si arruola in Fanteria dove disegnerà per l’ US Army la guerra. Nel Pacifico rimarrà ferito molto gravemente ma la sua forte tempra lo salverà. Tornato negli Usa frequenta i corsi di pittura di Will Barnet e Jean Charlot artisti nell’ambito dell’American Scene Painting, interessati, soprattutto Barnet, alle tematiche del “Social Realism”. Successivamente, nel 1939, è all’Accademia di San Carlos, in Messico, a seguire i corsi di “taller de grafica popular”. Al suo ritorno a New York realizza un mosaico per la Cappella di St. Thomas More all’Università di Yale: negli stessi anni conosce e frequenta i pittori russi Leonid ed Eugene Barman.Torna in Italia nell’immediato dopoguerra: studia all’Accademia di Belle Arti di Roma e poi di Venezia, ove si diploma nel 1948 e frequenta l’esclusivo circolo culturale di Peggy Guggenheim. Nei primi anni Cinquanta Ruta giunge a Positano, forse grazie ad un articolo di John Steinbeck, e qui incontra fra i tanti artisti Kurt Craemer , e la mecenate Edna Lewis nella cui scuola Art Work Shop insegna. La scoperta di questo posto lontano del tempo e dai suoi eventi, cristallizzato da una luce chiara e tersa, spinge Ruta a rivolgere la sua attenzione soprattutto al paesaggio, studiato, proposto, rivisto, ripetuto, riscritto per circa sei anni: un luogo magico, vivificato dai pochi esuli tedeschi scampati al nazismo, Armin Wegner, la moglie Irene Kowaliska, Eduard Gillhaisen – a metà degli anni Venti giovane esponente del Bauhaus –, il belga Han Harloff formatosi nello studio di Bonnard, Karli Sohn-Rethel, Kurt Craemer, Bruno Marquandt, stringendo al massimo il lungo elenco di presenze che Positano in quegli anni registra. Nel corso del decennio Sessanta frequenta la Grecia; poi compie continui viaggi tra l’Europa e l’Asia come fotografo esperto di arte bizantina. Tra il 1971 e il 1972 lavora, come pittore, in Spagna e nel Sud mediterraneo della Francia; tra il 1972 e il 1978 nel Messico del Sud e a New York dal 1977 al 1981. Di quest’ultimo decennio sono i lavori dedicati a New York e, soprattutto, a Manhattan (Takeout, 2002), opere in parte esposte in occasione della mostra che il North Dakota Museum of Art gli ha dedicato nell’agosto del 2002. “Le opere eseguite da Peter Ruta nel corso degli anni Cinquanta, in gran parte oli su tela, evidenziano un dettato pittorico ben definito – spiega il professor Massimo Bignardi – , assunto come cifra di un modo di proporre la pittura di paesaggio, tenendo in mente sia le esperienze inscritte nell’American Scene Painting – vale a dire di quegli artisti statunitensi che, negli anni Trenta, si ispiravano alla realtà americana rurale ed urbana –, sia gli ultimi aliti di quel vento mosso dalla pittura di Novecento che, ancora nel decennio Quaranta, si respiravano nelle aule dell’Accademia veneziana. Per intenderci il suo sguardo si muoveva seguendo le tracce della sua formazione: dapprima è l’incontro con i paesaggi urbani impaginati da Hopper che, dopo il 1930, si caricano di una luce estraniante, ma è il soggiorno italiano, dell’immediato dopoguerra, a completare la scena entro la quale si muoverà l’esperienza pittorica di Ruta: un soggiorno che prende avvio nell’immediato dopoguerra, all’Accademia di Roma e poi gli anni di studio, fino al 1948, presso quella di Venezia, ove ad insegnare pittura è Bruno Saetti che, con Ferrazzi, sarà uno degli artefici del rilancio dell’affresco, tecnica che colpirà per i suoi effetti Ruta. Da Saetti, Peter riprende l’essenzialità e il rigore con i quali l’artista italiano impagina la semplicità di scorci di vita quotidianità.Ruta scopre il paesaggio positanese – la tavola blu del mare levigata dal vento, il verde delle piante scalfito da segni bianchi, il cielo terso come uno schermo invaso da una luminosità accecante – quando il vento di Tramontana spazza via ogni alone, ogni velo dai colori e li fa brillare nelle semplici linee che sagomano i contorni degli alberi, dei fiori, delle case, declinando la qualità del colore di Matisse, così come testimonia la bellissima tela dal titolo Fornillo in primavera. È un paesaggio che trattiene l’energia della presa diretta, senza concedere, cioè, tempo alla composizione. “ “Mi ha sempre affascinato l’Art Work Shop e stavo sulla ricerca della sua storia che ha visto Positano essere il centro mondiale dell’arte negli anni Cinquanta – spiega Vincenzo Esposito -, da qui ho contattato Misha Wegner, figlio di Irene Kowaliska, che abitava vicino alla casa di Ruta, uno degli artisti più interessanti di quella scuola, dai Talamo, a pochi passi c’era anche la casa di Randall Morgan, allora Positano era un concentrato di arte e di artisti e Fornillo ne era il cuore, ed è quello che vorrei rimasse ora come allora.”

Massimo Capodanno

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