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Luca Gaeta: giù le mani dallo Stabat Mater

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L’ allievino di Nicola Samale alla testa dell’orchestra della Chamber Orchestra di Kiev ha violato il mistero della più rilucente gemma della produzione pergolesiana


 


 


L’esecuzione dello Stabat Mater di Giovan Battista Pergolesi da parte della Chamber Orchestra di Kiev, una formazione tutta al femminile, che ha ospitato due diplomande del nostro Conservatorio il soprano Nunzia De Falco e il mezzosoprano Lucia Branda, diretta da Luca Gaeta, violinista che ha intrapreso lo studio della composizione e della direzione d’orchestra sotto la guida di Nicola Samale, noto al pubblico estivo sul podio di prestigiose bande da giro, non ha fatto certo onore alla copertina della brochure di sala. L’intensa idea del sole nero dell’ora nona, un sole che ha emanato il suo raggio oscuro sulla terra d’Abruzzo, alle cui vittime del tremendo terrae-motus è stato dedicato il concerto, in un mare di arancione, quel colore misto che unisce il baglio della luce, del divino e il rosso del sangue, sfondo delle tre croci e della lagrima dell’Umanità, rappresentata dalla Madonna, non è riuscito ad ispirare il giovane direttorino. In 12 numeri, forse solo in tre sezioni, il conductor ha indovinato la giusta intenzione dell’autore. La metafora del pianto che è questo Stabat Mater,  non deve assolutamente indurre a far rallentare a dismisura gli adagi: è un pianto invitto quello di Pergolesi in cui le secche di un patetismo esasperato, ma attenzione che hanno da essere giocate nota per nota,  sono poi aggirate grazie a un’invenzione d’immancabile grazia e freschezza, che richiama irresistibilmente il Pergolesi operista, garantendo quel fascino,  segnato da momenti regolarmente in bilico fra un lirismo allentato e dolente, talora fino alla rarefazione, e picchi di alta drammaticità e forza penetrativa. Al Luca Gaeta e, di conseguenza, alle due interpreti, mancano i rudimenti del canto barocco: la figurazione puntata che va eseguita stretta, lo studio approfondito degli abbellimenti, nonché l’eliminazione degli effetti tragici e del vibrato nella voce, che necessita essere dominata dalla purezza assoluta della colonna di suono che deve uscire senza alcuna forzatura dalla gola. Purtroppo il mezzosoprano Lucia Branda pecca in estensione e volume, in particolare nell’ottava grave, a cui aggiunge una pessima pronunzia, che la musica di quest’epoca non può contemplare, essendo legatissima al significato di ogni sillaba, che ha da diventare quasi un contenitore di suono, un microcosmo di cusaniana memoria. Ancora troppo inesperto il Gaeta per pensare le  voci come strumenti e far gemmare da esse le parti orchestrali, in una concertazione di dolore interiorizzato, macerato, quasi ridotta all’assenza del suono là dove, di fronte al trapasso di Cristo, anzi di fronte alla morte tout-court, la musica di Pergolesi si rarefa, quasi dissolvendo nel nulla. Forse La De Falco ne accenna un timido tentativo in “Quis est homo, qui non fleret”, purtroppo tradita sia dal mezzosoprano che dall’intenzione del direttore, che è riuscito ad annullare quasi del tutto la domanda: Quis? (Chi potrebbe non provare compassione?). Tra discromie e discronie, comunque, la pagina è giunta al termine raccogliendo l’applauso dei pochi adepti della parrocchia dell’Immacolata di piazza S.Francesco, organizzatrice dell’evento, unitamente all’amministrazione provinciale, inaugurato dall’ enunciazione di tre testi d’ispirazione religiosa, affidati alla compagnia teatrale Educarteatrando, rappresentata da Anna Bambino, Adriana Marino, Enzo Pietropinto e Filomena Vuocolo, inaugurando la settimana della Passione di Cristo.


 


Olga Chieffi

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