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lo spartito linguistico di Nicola Vicidomini

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L’artista ospite di “Quello che passa al Convento” ha presentato “Trapasso in anatomico: dell’arrosto solo il fumo”riscuotendo entusiastici consensi  di critica e pubblico


 


Irruente e vitalistico, esotico e “primitivo”, così si è presentato all’esigente pubblico della rassegna “Quello che passa al Convento”, ideata da Vito Puglia, Nicola Vicidomini, protagonista di “Trapasso in anatomico: dell’arrosto solo il fumo”, un territorio di frontiera, dunque, abitato dal corpo stesso dell’artista, dal suono della sua “voce” che articola il discorso: dallo stesso corpo risuonante che si fa discorso. Una voce-corpo quella di Vicidomini che si esprime in forme “fisicamente” pensanti e che sa dirsi solo imperfettamente, ma efficacemente attraverso una voce corporale che identifica un “modo” esistenziale irriducibile a ogni cattura, entro precise coordinate estetiche. Nicola in questa performance che rappresenterà la struttura portante della tournèe europea che effettuerà a partire dall’autunno, mentre un piccolo preludio sarà su Web Italia Radio già dal 23 aprile, con “Baracca trasmittente: ciò che la radio non sarà mai”, realizza il suo desiderio drammaturgico attraverso la mise en jeu deduttiva del proprio corpo-musica. Entro queste coordinate il nostro solista si è presentato configurandosi come oggetto di scandalo, asse paradigmatico attorno al quale ognuno si è misurato, ora resistendo, ora abbandonandosi al suo fascino ambiguo, legato all’improvvisazione, alla perfomatività, all’eccesso, cerniera con un presente problematico. Se la musica si pone fra tutti come il codice più profondo e numinoso, la sua correlazione con la parola, il verso, sussiste talmente stretta che la loro origine si radica in un mito comune. Data la stretta relazione fra le due arti, potremmo forse concluderne che scrivere i suoni e suonare le parole siano tensioni sovrapponibili o almeno complementari. Ed ecco che un Vicidomini a volte euforizzante, a volte disperante ha fondato la sua performance sulla forza di trascinamento del discorso, sull’onda ritmica che cadenza le sonorità frastagliate, consentendo effetti di idiosincratico flusso di coscienza e di immaginaria sovrapposizione delle due realtà percettive.


Riflettendo sul linguaggio di Nicola Vicidomini ci viene in soccorso l’acutissima sentenza di Eliot, che sostiene che «la musica della poesia deve essere una musica latente nel linguaggio comune di un’epoca», La «musica della poesia» è, infatti, il luogo in cui la poesia tocca e si nutre del linguaggio parlato, del ritmo naturale dell’idioma. Al pari di uno spartito, anche la parola richiede un’esecuzione il cui strumento è la voce umana: sia pure una voce del silenzio, una voce interiore, educata a tener conto di tutte le sue note e a evidenziarne il valore e i valori. Certo, l’esecuzione di uno spartito linguistico richiede semplicemente la disponibilità di una voce (non importa se solo interiore o dispiegata), degli strumenti umani della fonazione e di una competenza linguistica nativa o acquisita. Non sarà mai deplorato a sufficienza, ad esempio, un certo modo di recitare testi in cui il declamante tende ad evidenziare più che altro se stesso, ascoltando e accarezzando la propria voce con rozza noncuranza del testo, paragonabile, in questo, all’interprete musicale che suona un do al posto di un mi, un si bemolle al posto di un si diesis. Intatta rimane anche la responsabilità etica, non soltanto estetica, dell’interprete del testo; la parola va ascoltata nei suoi suoni/emozioni, nella polifonia del dire e nell’intera composizione.  Giorgio Caproni ci offre l’accordo finale per questo “Trapasso in anatomico: dell’arrosto solo il fumo”: «il nesso suono/emozione, suono/pensiero dà musica, il suono in sé dà musicalità”.


 


Olga Chieffi


 

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