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Il vento parla un linguaggio antico!

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L’evolversi del tempo in questo scorrere impetuoso e confuso di stagioni pare abbia favorito il vento come unico segnale di vera gioia della natura. Ad un cielo pressoché sempre grigio e per niente consono all’antico sbocciare dei colori della natura, si aggiunge il vento a scombussolare ancora di più gli animi e le menti.


Ma è un bene la voce del vento, il soffio che sconquassa le certezze e rinnova con violenza la stasi di un mondo che oramai  travalica se stesso. Basta allora con le parole in fila e facciamo un esempio: la morte della primavera!


A me pare che sia proprio una malattia delle nostre latitudini temperate dove sul finire dell’inverno tutto intorno la natura era un fiorire prorompente e delicato di vita nascente.


Fino ad un certo punto.


Cominciarono i cingolati entrando a Budapest? Oppure fu l’estinguersi dell’afflato negli slogan del maggio francese? O presumibilmente fu il coperchio di Chernobyl esploso e il latte contaminato?


Fatto sta che la primavera s’è ammalata seriamente impoverendosi della sua luce serena lasciando il posto ad un grigio volgersi degli eventi verso la calura estiva.


Fatto sta che la temperatura sale e il sole si nasconde velandosi d’un biancore da sala d’attesa.


E sopra tutto ciò la forza impetuosa del vento a rimescolare le carte della terra, a confondere e spostare assetti.


C’è qualcosa che urge dietro la mancanza di colore di queste primavere, c’è un bisogno che preme e vuole essere riconosciuto: è l’amore.


Il malandato suono di una parola tanto semplice e gentile, camuffata, nascosta, come se di amore non ce ne fosse alcun bisogno. Allora forse il vento viene a urlarci nelle orecchie quanto non vogliamo più ascoltare e fa fremere i corpi e le cose nel tormento, amore, l’amore che sappiamo. Forse nel piegarsi dei rami, nell’infrangersi delle onde, nel rumore che ci circonda, il vento parla un linguaggio antico e tramuta la quieta primavera nella passione selvaggia della natura.


Forse nel vento c’è anche il nostro taciuto grido, la forza della nostra volontà di amare, la nostra antica sapienza che tutto, ma proprio tutto, è amore. Forse è di questo che abbiamo davvero bisogno per lasciarci andare senza appigli, che il vento ci trasporti lontano da ogni cosa abbiamo desiderato e spogliandoci da ogni volontà di potere, metta a nudo la speranza, affermi l’unica certezza umana: la consapevolezza di saper amare.


Forse è arrivato il tempo di cedere a questo vento, lasciando da parte ogni paura, fare un respiro, riprendere fiato. Fermare lo sguardo che vaga inorgoglito su tutto ciò che si è accaparrato, chiudere gli occhi e ascoltare il vento, sereni, convinti che non può che farci del bene il fragore, il clamore, il timore e l’umiltà che incute la forza estrema di tutto questo vento.


                                  


                                        Giovanna Mangiaracina

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