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Zarathustra: Oltre la Città

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Successo di pubblico per il secondo incontro dei Percorsi d’Analisi promossi dalla Seventh Degree in cui Giuseppe Cacciatore e Giuseppe Cantillo hanno affrontato il rapporto tra Filosofia e Città


 


Nello Zarathustra di Nietzsche c’è un capitolo che si intitola “Del passare oltre”. Colui che passa oltre è Zarathustra, il vero uomo; ciò oltre cui egli passa è la grande città della civilizzazione. La via che egli prende nel passar oltre conduce alla montagna lontana in cui il vero uomo ha il suo luogo di rifugio e di solitudine. In queste pagine si trova tutto ciò che, prima e dopo Nietzsche, caratterizza la contrapposizione tra umanità e civilizzazione. Lungo il suo cammino Zarathustra giunge “senza accorgersene” davanti alla porta della grande città; qui un abitante, un pazzo, gli balza incontro e gli grida di allontanarsi: “Oh, Zarathustra, qui è la grande città; qui nulla hai da cercare e tutto da perdere…..Per tutto ciò che in te è luce vigore bontà, Zarathustra! Sputa su questa città di mercanti e torna indietro!…sputa sulla grande città che è la grande cloaca…dove tutto ciò che è fradicio, scellerato, lubrico, buio, …conviene insieme in un’unica piaga: – sputa sulla grande città e torna indietro!” Come reagisce Zarathustra a questo discorso? Spinge da parte il pazzo? Entra nella grande città testimoniando così che essa appartiene al vero uomo? Zarathustra “contemplò la grande città, sospirò e tacque a lungo. Infine parlò così: Anche questa grande città mi ripugna…E io vorrei già vedere la colonna di fuoco, in cui sarà incendiata!”. Ci sono connessioni che permettono di congiungere, in un recondito gioco di significatività, fenomeni distanti fra loro anche parecchi secoli. Il “passar oltre” di Nietzsche trova il suo contraltare, agli inizi ellenici della filosofia europea, nel volgersi del filosofo alla città, anche questo conservato in una storia narrata da Platone. Il filosofo ha il suo luogo nella città afferma Platone per bocca di Socrate. Il vero, quale è compreso dalla filosofia, è la “totalità” in quanto “ordinamento cosmico”, in quanto “essere”. Il volgersi di Socrate alla città attesta che il luogo in cui l’uomo ha il suo posto nell’essere, e può quindi “imparare il vero”, non è la natura immediata, bensì la città. Il rapporto tra il filosofo e la città è stato il tema del secondo incontro della terza edizione dei Percorsi d’Analisi promossi dalla Seventh Degree di Liberato Marzullo e Antonello Mercurio. Ospiti del Convivio dei Rozzi e degli Accordati, i filosofi Giuseppe Cantillo e Giuseppe Cacciatore, moderati da Francesco Aliberti, inquisiti dal grande accusatore Emilio “Lillo” D’Agostino, armato di una pesantissima mazza senegalese di ebano, una peroccola pronta a colpire anche la difesa offerta da Alfonso Amendola o il pianista Aniello De Vita, visionario esecutore di Bach e Beethoven. Giuseppe Cacciatore ha fatto sue le teorie di Zygmunt Bauman. Nella Grecia antica la divinità non era di là da venire ma presente, agiva nella quotidianità, interveniva col suo senso di giustizia -non sempre pienamente comprensibile- a punire, premiare, preordinare eventi, censurare comportamenti. Una divinità tanto simile alla umanità che ne esalta i difetti incarnandoli nel dio.
Di questo aspetto Bauman non dice apertamente, ma va da sé che la fine del medioevo arriva da Nord, è strettamente legata al larghissimo consenso che le idee di Lutero prima e Calvino poi raccolgono fin giù a Roma. Riforma e Controriforma segnano lo spartiacque di due epoche. Rinascimento e Barocco sono la rappresentazione matura di comportamenti sociali ed espressioni artistiche costruiti per alcuni decenni sulla speranza. Speranza che un cambiamento è possibile, utopia di una vita migliore per tutti. Baumann tratteggia le figure di “guardiacaccia” e “giardiniere” come metafore di comportamenti sociali. Il primo riguarda l’attività di conservazione dell’esistente, propria del premoderno, nell’idea che tutto sia già in equilibrio ed il male ed il bene siano equamente distribuiti secondo previsione di natura benedetta da Dio. Il giardiniere vi si contrappone, nella modernità egli esalta l’autonomia umana e la scelta d’un progetto che modifichi gli assetti naturali, nella speranza di costruire un equilibrio migliore a beneficio di tutti. L’attività del giardiniere, per quanto arbitraria e dissacrante (o forse proprio per quello) innesta cariche psichiche individuali e collettive capaci di svegliare propensioni psicologiche assopite e frustrate per secoli. Per questa via il mezzo per la soddisfazione del bisogno collettivo non sta più nell’attività di rivendicazione all’autorità pubblica ma si sposta nella possibilità privata di accaparrarsi i mezzi/ricchezza necessari per provvedere autonomamente, in solitudine. L’attività di progettazione della utopia rinsecchisce in quella del “cacciatore” . Da guardiacaccia della natura immutabile a giardiniere d’una esistenza tutta da costruire e progettare, l’uomo postmoderno si fa cacciatore di possibilità apparentemente infinite. Egli deve procurarsi selvaggina ad ogni costo, competere con un infinito numero di altri cacciatori. Se boschi e foreste in realtà infiniti non sono, egli non se ne cura, il problema non è suo e non deve risolverlo lui. Egli misura il futuro come fanno i bimbi, a ore, a giorni. Finchè avrà un cespuglio sotto il naso ed una mosca zoppicante da catturare, il cacciatore del terzo millennio non riuscirà a connettere il problema delle risorse al tempo. Non avrà un progetto che ecceda il proprio immediato appetito, non un’idea di costruzione faticosa di un altro modo di vivere, neppure un incontro con l’altro fuori dagli ipermercati di merci e al di là dei bazar del divertimento, in questi luoghi non luoghi. Il ferace tema ha poi portato a riflettere sul pericolo di ronde, del pericolo della negazione del diritto al dissenso, del plurilinguismo della futura polis. Ma quale è il futuro della filosofia nella metropoli del futuro? In primo luogo la ri-conquista del pubblico dell’agorà, del dialogo, di quella percezione razionale della ragione presente nella realtà , “la conciliazione – per dirla con Hegel – con la realtà, che la filosofia concede a quanti abbiano avvertito una volta l’interna esigenza di comprendere e  di “stare”, che è in sé e per sé”, ristabilendo un segno libero, un segno, però, il cui destino non è più nelle mani dei filosofi.


Olga Chieffi

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