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Wedekind contro l’ipocrisia e il filisteismo della borghesia

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Trionfo al Verdi di “Risveglio di Primavera” nella rilettura  di Lorenzo Amato.


Questa sera l’ultima replica del grande quadro di costume, non estraneo al miglior Nietzsche


 


E’ stato sottovalutato dalla platea del teatro Verdi l’opera di Frank Wedekind “Risveglio di primavera”, un vero schiaffo in pieno volto ad una borghesia che, ancora oggi, pecca come allora di ipocrisia e filisteismo. Poco pubblico in sala, in mancanza del “nome” di spicco,  per una pièce ripulita sapientemente da ogni artificio e orpello da Lorenzo Amato, il quale ha fatto calare la bilancia dalla parte del Wedekind naturalistico piuttosto che da quella del graffiante pre-espressionista. Sul palcoscenico del nostro massimo si è consumata la tragedia della quattordicenne Wendla che, rimasta incinta del liceale Melchior, muore per un tentativo di aborto a cui la obbliga la madre, e dell’adolescente Moritz che, deriso dalle ragazze e vessato dalla scuola, si uccide, non riuscendo ad affrontare e risolvere il problema della propria sessualità.  Ma, di fatto, i borghesi presuntuosi e ridicoli di Wedekind, sconfinano in tipologie caricaturali accentuate dagli stessi nomi. Wedekind li osserva con la lente deformante della satira, fra partecipazione e disprezzo, generando, qui come in altre pièces, una sorta di grottesco patetico, familiare anche ai drammi di Georg Kaiser. Il risultato è un quadro di costume, non estraneo al miglior Nietzsche, che capovolge i valori tradizionali. L’educazione vacilla fra ottusità  e sadica brutalità, i principi degenerano in pura ideologia, la vita si rattrappisce nell’ossessione delle prestazioni e del successo. Ciò che dice Moritz nell’ultima scena del secondo atto è la lucida e amara condanna di un mondo uscito dai propri cardini:  “C’è da vergognarsi: essere stati uomini senza aver conosciuto ciò che vi è di più umano. – Egregio signore, lei viene dall’Egitto e non ha visto le Piramidi?”. Una cosa è chiara fin dall’inizio: qui si confrontano una società sclerotizzata e schiava di nefande convenzioni, rappresentata dalla camera della bambina, una vera e propria gabbia dorata, che l’autore deforma con il suo umorismo nero e il vitalismo di una generazione che contrappone alla morale borghese le ragioni della vita, un gigantesco albero, la natura, istintiva e selvaggia, sul quale Wendla e Melchior superano la propria linea d’ombra. Questa lotta a cui i giovani soggiacciono sfocia in surreali immagini di utopia, come il Signore mascherato. Personificazione della vita e controfigura dello stesso Wedekind, egli prefigura la vittoria della giovinezza, confinata per ora in grottesche icone, come il morto Moritz, osservatore disincantato della sterilità del proprio mondo, figlio della  leggenda della regina senza testa, evocante alla lontana il simbolo di cui Platone – riferendo il mito di Zeus che volendo castigare l’uomo senza distruggerlo lo tagliò in due – scrive che “…..da allora ciascuno di noi è il simbolo di un uomo” (Simposio, 189 – 193), la metà che cerca l’altra metà, il simbolo corrispondente. Nella rilettura di Amato è forse mancato lo sberleffo vendicatore, diluito anche da una colonna sonora affidata al “Quando corpus morietur” dallo Stabat Mater di Giovan Battista Pergolesi, col suo lirismo allentato e dolente, talora fino alla rarefazione, contro un’epoca e in particolare una classe che svilisce natura e morale, mentre onora inganno e ipocrisia. Anche il deus ex machina, il Signore mascherato, coniato sulla figura di Mefistofele, non va oltre una certa metafisica della vita a quel tempo ormai impotente di fronte al dominio capitalistico degli spazi sociali, problema attualissimo che Wedekind e Amato vorrebbero dilatare oltre l’angustia borghese. Applausi per tutta la compagnia con cinque chiamate al proscenio.


 


Olga Chieffi

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