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Le Rubriche di Positano News - Pensieri in parole di Luigi Di Bianco

SI PUO’ ESSERE FELICI IN QUESTA VITA? La fede e la felicità.

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Nel mio  primo intervento   pubblicato sabato 21 marzo, ho scritto che, secondo me, la felicità è una condizione di gioiosa serenità, di contentezza tranquilla ma pervasiva, che nasce da una condizione mentale di armoniosa unione del mio ‘io’ con me stesso, con gli altri, con la natura, con il Tutto.

Ho intenzione di proseguire la serie di questi scritti fino a giungere a parlare “dell’amore intellettuale di Dio” che, secondo Spinoza, è la fonte unica della nostra gioia, serenità e beatitudine.

In questo secondo intervento mi limito fare una riflessione sul rapporto fede-felicità. Cercherò di rispondere alla domanda: “la religione popolare, cioè la fede cristiana come viene vissuta dalla gente comune, può aiutare a essere felici in questa vita?

Voglio subito chiarire che questa mia analisi non riguarda la religiosità vissuta dai grandi mistici come S.Francesco d’Assisi o la raffinata religiosità di teologici e pensatori cattolici come Hans Kung, Simone Weil, Vito Mancuso, Pierre Teilhard de Chardin, Dietrich Bonhoffer e tanti altri. In questa discussione mi riferisco alla fede cristiana com’è vissuta dalla grande massa della popolazione. Mi riferisco quindi alla religiosità della gente comune che va in Chiesa la domenica, fa opere di bene per meritarsi il Paradiso, evita, o cerca di evitare, di peccare per non andare all’Inferno, crede nei miracoli di Padre Pio e nella Madonnina di Civitavecchia e che nei momenti difficoltà fa un voto a qualche santo.

Secondo alcuni la religiosità delle masse nasce dalla paura: soprattutto paura della morte, ma anche paura del dolore, della sofferenza, delle disgrazie.

In effetti, se ci guardiamo intorno, sembra che la vita sia un susseguirsi insensato di ansie, paure, dolori ed angosce che culminano con la morte. Il male sembra circondarci da tutti i lati e l’infelicità sembra essere il nostro destino. Leopardi nel “Dialogo della Natura e di un Islandese” scrive:“Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano”.

L’uomo sembra quindi destinato all’infelicità in questa vita.

Per contrasto, mai come ai giorni nostri, gli uomini pensano di aver diritto alla felicità. Ma la caduta di tutti gli ideali e valori morali ha creato nell’animo degli uomini d’oggi un vuoto spirituale. Il vuoto di ideali li divora dall’interno. Essi cercano succedanei nelle sostanze antidolorifiche (nel senso più ampio del termine: droghe, alcool, psicofarmaci, denaro, sesso). Non servono, sono placebo, lenimenti temporanei. Quasi tutti immersi in una forma mentis materialistica, pensano che l’infelicità sia la mancanza di “materiali” (soldi, di solito, o potere, o consumi vari) e con più foga continuano a rifuggire i valori morali, l’idealità e a ricercare “i materiali”. Così facendo peggiorano, evidentemente, la propria infelicità. La società odierna secolarizzata in ogni aspetto, edonistica, alla continua ricerca del piacere effimero, della libidine mercificata, del profitto fine a sé stesso e quindi senza bussola non sembra offrire un motivo valido per affrontare le fatiche ed il dolore di vivere.

Una via d’uscita, almeno in apparenza, sembra però esserci: la religione. L’uomo non riesce ad accettare la sua condizione di finitezza, non accetta di dover morire, e quindi comincia credere, (o sperare, forse) che la vita terrena sia solo una fase di passaggio verso una realtà ultraterrena, quella sì sensata. Così la mancanza di senso della nostra vita terrena viene assorbita dal senso assoluto della dimensione ultraterrena. In questo modo si pensa di superare la paura della morte. Si crede poi di evitare le disgrazie, il dolore, l’ansia e la paura che perseguita l’uomo mettendosi nelle mani del Dio Padre.

A prima vista, questa religiosità sembra essere di grande aiuto nel raggiungimento della serenità. L’uomo vive in condizioni d’impotenza, alla mercé d’incomprensibili ed imprevedibili eventi esterni, continuamente sballottato tra paura e speranza, ma mettendosi nelle mani di un protettore onnipotente che domina gli eventi e la natura, che segue passo-passo la sua vita quotidiana, egli riesce a vivere più tranquillo.

La fede è di grande conforto nei momenti difficili della vita. Quando capita una disgrazia o una malattia, chiedere imploranti l’aiuto del Padre eterno che tutti ama come figli è di grande conforto e consolazione. In situazioni di grave pericolo, quando si crede di non avere nessuna altra via di uscita, una ardente preghiera al Signore offre la speranza di potercela fare. In momenti cruciali, per esempio, quando si aspetta l’esito di un esame che deciderà del nostro futuro, chiedere l’intervento del Signore o di qualche Santo particolarmente miracoloso ci riempie di speranza e ci libera dall’ansia. E’ cosa dire della paura della morte? La fede ci spiega che dopo la morte ci aspetta la vita eterna, la vera vita. Dopo la morte vivremo, ciascuno con la propria personalità e ricordi terreni, un’esistenza bellissima, felice, vicino ai nostri cari ritrovati in Paradiso.

Ho personalmente sperimentato il profondo conforto che la fede religiosa può dare. Ricordo che da bambino, nella mia stanzetta buia, prima di addormentarmi, ero qualche volta assalito dalla paura dei mostri, degli scheletri, dei briganti che mi inseguivano. Allora tremante mi rannicchiavo nel lettino e pregavo “Gesù mi metto fra le tue braccia, tienimi stretto e non mi lasciare”. (Non mi ricordo chi mi ha insegnato questa bellissima preghiera … deve essere stata la signorina Antonietta). Come per incanto la paura spariva, una serenità gioiosa mi riempiva il cuore e passavo dolcemente nel mondo dei sogni. Che meraviglia è la fede!

Il calore ed il conforto dell’essere amati e protetti in un mondo pericoloso, la scomparsa della paura della morte, l’aiuto dall’alto in risposta alle preghiere nei momenti di difficoltà sono senza ombra di dubbio fattori che hanno un effetto benefico sulla psiche del credente.

Ci sarebbe da dedurre quindi che la fede, come vissuta dalla gente comune, ci fa vivere sereni e felici. E’ proprio così?

Guardiamoci intorno! Quante persone hai incontrato oggi per strada che ti hanno guardato con uno sguardo aperto, gioioso, sereno e pieno di amore? Hai incontrato oggi qualcuno che esprimeva, nel portamento, nei gesti, nelle parole, nel tono della voce un minimo di pace, gioia, serenità e amore? Io no!

Se si vuole essere obiettivi bisogna ammettere che, nella vita di ogni giorno, non si percepisce alcuna serenità o contentezza nei cosiddetti fedeli. Anzi, si vede chiaramente che anche i credenti più ferventi sono soggetti alle passioni come l’orgoglio, la presunzione, l’avidità, l’invidia, l’ira, ecc. Queste passioni albergano latenti nell’animo e esplodono periodicamente nella vita sociale sotto forma di violenza, intolleranza e arroganza. Dov’è la pace, la gioia e la serenità nella nostra vita sociale? Se qualcuno le vede in giro me lo faccia sapere.

Che dire del benessere psicologico dei credenti? Non ho dati statistici a sostegno della mia tesi, ma credo che l’ansia, la depressione e la disperazione colpiscano in ugual misura il credente ed il non credente.

Con le premesse viste prima non dovrebbe essere così! Il credente che si è messo nelle mani misericordiose del Dio Padre non dovrebbe sentirsi più protetto, meno sballottato nella tempesta della vita?  Se uno si mette nelle mani del Padre onnipotente, amorevole e misericordioso non dovrebbe un po’ lasciarsi andare, rilassarsi e vivere un po’ più sereno? E perché i credenti, nonostante tutto, hanno paura della morte? Francesco mi ha segnalato un’intervista al celebre oncologo Veronesi apparsa qualche giorno fa su un quotidiano. Basandosi sulla sua esperienza con migliaia e migliaia di malati terminali, Veronesi afferma che i credenti hanno molto più paura della morte dei non credenti.

Cosa succede? Chi sa spiegare questa incoerenza?

Io ho una mia personale teoria. Secondo me, il problema nasce dal fatto che la religione popolare ha umanizzato Dio: per definizione Essere perfetto, onnipotente, onnisciente ed eterno, per la gente comune, Dio è diventato un essere con passioni e psicologia umane che si arrabbia, gioisce, premia e castiga. Un Dio, in altre parole, che riflette i pregi e difetti dell’uomo. Nell’immaginazione popolare il Dio Padre è visto come un monarca assoluto. Così come i sudditi del monarca assoluto, volubile e imprevedibile, non possono mai vivere tranquilli, alla stessa maniera i credenti devono sempre stare sul chi va là, devono sempre pregare, implorare di essere risparmiati, perdonati, salvati. Ma anche con tutte le preghiere di questo mondo …. non si sa mai cosa il Padre ha in serbo per il figlio implorante. Come si può vivere sereni se il nostro destino è nella mani di una Entità che, per quanto benigna e amorevole, è imperscrutabile, incostante ed imprevedibile?.

Molto spesso Dio è sordo alle più strazianti preghiere e allora il conforto della religione va a farsi benedire.

In aggiunta agli effetti devastanti delle passioni sulla serenità del suo animo, il cristiano deve anche fare i conti con un sentimento negativo ancora più profondo, quello del senso di colpa nei confronti del Padre. Gesù al paralitico guarito a Gerusalemme dice: “Ecco che sei guarito: non peccare più“. (Giovanni 5,14)  volendo significare che la malattia era la conseguenza del peccato. Ora, quando al credente capita una sventura, nella sua anima si attiva un meccanismo perverso per cui il poveraccio, già colpito dalla disgrazia, sconvolto dal dolore, comincia a domandarsi dove ha sbagliato, quando ha peccato. E se appena appena riesce a individuare un qualche comportamento non proprio corretto nel proprio passato, e chi non ne ha, allora la disgrazia diventa la giusta punizione divina. Il senso di colpa porterà lo sventurato a sentirsi responsabile della disgrazia capitatagli.

In altri casi, il credente colpito da una disgrazia perde la fiducia in Dio, si sente tradito. Recentemente, ho letto su una rivista popolare la lettera di una donna al solito sacerdote che si propone come padre spirituale dei lettori. “Perdonare Dio? Non ci riesco: troppi i dolori e le sofferenze che ho dovuto affrontare nella mia vita” scriveva questa donna. Ecco le assurdità che derivano dal credere nel Dio umanizzato che interviene nelle faccende umane. Tralascio le assurdità contenute nella risposta prudente, astuta e accattivante del sacerdote, ma come si fa a pensare che un Dio perfetto, infinito, eterno possa o debba essere perdonato? Perdonato dall’uomo? Che bestemmia! Che idea meschina di Dio hanno costoro!

Dio non ha niente da farsi perdonare semplicemente perché non interviene, con decisioni estemporanee, nella nostra vita di ogni giorno. Dio non è responsabile della morte del figlio della signora andato a sbattere contro un albero con la macchina. La disgrazia può essere facilmente spiegata dalla concatenazione di cause ed effetti precedenti allo schianto contro l’albero. Per esempio, il ragazzo può aver perso il controllo dell’auto perché i freni non hanno funzionato, i freni non hanno funzionato perché le pastiglie erano troppo consumate, le pastiglie erano troppo consumate perché non erano state sostituite al momento opportuno … e così di seguito all’infinito. Non c’è nessuna volontà divina che interviene nella concatenazione di fatti naturali e leggi fisiche con l’obiettivo di togliere la vita al povero ragazzo.

Per concludere, come rispondiamo alla domanda posta all’inizio, ovverosia se: “la religione popolare, cioè la fede cristiana come viene vissuta dalla gente comune, può aiutare a essere felici in questa vita?”

Secondo me la fede nel Dio Padre non è utile per giungere all’intima serenità, alla felicità. E’ chiaro che non si può vivere serenamente se si vive in balia di una volontà misteriosa, impenetrabile e volubile che può intervenire nella nostra vita di ogni giorno quando meno te lo aspetti e le cui decisioni sono al di fuori della nostra comprensione.

In fin dei conti, a pensarci bene, la vita terrena, secondo la religione, non è fatta per essere vissuta in modo gioioso, anzi. E’ detto chiaramente che chi più soffre in questa “valle di lacrime” tanto più sarà premiato nella vita dopo la morte. Non per niente i santi di una volta, per soffrire e meritarsi il paradiso, si cingevano il corpo con il cilicio.

Semplicemente, secondo la religione cristiana, non è cosa buona ricercare la felicità in questa vita.

Qui sulla Terra ci stiamo per soffrire, altro che felicità. “Soffri?” dice il moralista cattolico “Bene! Continua così! Tuo sarà il regno dei cieli”. La felicità la troveremo nell’aldilà se andiamo in Paradiso. Se poi appena appena ci troviamo a vivere dei rari momenti di gioia, lo stesso moralista, con l’indice teso, minaccia: “memento mori!” “ricordati che devi morire!”. Il richiamo alla morte ci deve poi far pensare al “Dies irae”, il giorno dell’ira, del giudizio divino! Ricordo ancora oggi i brividi che mi correvano lungo la schiena quando, durante le messe solenni dei morti, veniva intonato il Dies irae. Le possenti voci maschili, il ritmo lento, solenne, minaccioso e inquietante facevano vibrare le corde più profonde del mio animo di innocente creatura.

Dies irae, dies illa
solvet saeclum in favilla,
teste David cum Sybilla.
Quantus tremor est futurus,
quando judex est venturus,
cuncta stricte discussurus.

… mi vengono ancora i brividi. Il tremendo e meraviglioso Dies irae viene ancora oggi cantato durante le messe dei morti?

Il filosofo e scrittore francese del XV secolo M. de Montaigne porta questo concetto di morte alle estreme conseguenze. Nei suoi ‘Saggi’ scrive: “L’opera costante della vostra vita è quella di costruire la morte. Siete nella morte quando siete nella vita […] Durante la vita voi siete già morti”. Che bellezza! Facciamoci del male! Non c’è pensiero umano più deprimente, squallido e avvilente di questo.

Tutta l’opera di Spinoza è invece “una meditazione di vita” in contrapposizione alla “meditatio mortis” che ci propone la fede cattolica. Spinoza afferma che è possibile trovare la felicità in questo mondo, in questa vita. Abbiamo il diritto di godere appieno del dono immenso che abbiamo avuto di ‘essere’, di far parte, anche se per un breve arco di tempo, di questo grandioso e meraviglioso mondo che non è altro che la manifestazione del Dio immenso e eterno.

Dalla prossima settimana proverò ad intraprendere il percorso intellettuale verso la salvezza indicato da Spinoza partendo da un’attenta analisi dei ”moti dell’animo”, in altre parole delle passioni e dei sentimenti e del loro effetto sul nostro benessere psicologico.

A sabato prossimo!
Luigi Di Bianco

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