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La voce della Sirena

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Successo per Zingaretti al teatro Verdi che legge Lighea di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Questa sera alle ore 18,30, l’ultima replica dello spettacolo


 


Ritorna la sirena Lighea evocata da Giuseppe Tomasi di Lampedusa al teatro Verdi, ritorna dopo la magistrale versione offertaci da Ruggero Cappuccio, Claudio Di Palma e Roberto Herlitzka nell’ottobre del 2005. Luca Zingaretti ne affronterà, questa sera, alle 18,30, per l’ultima volta il testo,  raggiungenteci come un errare disincarnato di fantasmi, come un fluttuare aereo e interrogante, aurea pagina che ancora una volta ci lascia scoprire che l’indicibile, cui l’uomo sempre aspira, non si lascia dire nel dire umano, ma in esso si mostra, di un mostrarsi che spegne la voce e lascia un’ombra (una mancanza, un rado) nel linguaggio stesso, ombra che abbaglia chi si muove e intensamente cerca nel linguaggio, giungendo alla musica, che nasce e finisce nel silenzio.


C’è una cosmografia del fantasma in Lighea che fluttua dissolvendo o facendo esplodere l’umano e che rivolge a noi, (rappresentati da Corbera) i suoi richiami seducenti e allo stesso tempo, respingenti le sue sfide. Dicevamo cosmografia del fantasma non tanto perché Lighea parla e tace, compare e svanisce, quanto perché è l’umano stesso ad essere nel racconto un fantasma, che s’incatena e si libera, che risplende e si cela, che è divinità e nulla. La Ciura vuole trattare da pari a pari con la sirena, con la divinità e vi riesce, è un fantasma cosmico. Corbera si lega alla sorte del suo Sileno professore, al suo linguaggio dell’eccesso, che lo consegna labilmente al mondo e glielo ritoglie, ed esso stesso se ne adombra. Le parole “dette” da Luca Zingaretti, accompagnato dalla fisarmonica in “minore” di Fabio Ceccarelli, divengono contenitori di suoni, che si trasformano in symbolon, sim-bolizzanti proposte di figure di cose, arabeschi, cavità di energia che il favoloso linguistico figura come grotte e tesori in luoghi inaccessibili e sommersi. Quando noi leggiamo un libro non possiamo fare a meno di sentire la nostra voce risuonare dentro l’attività del nostro pensiero. Anche se leggiamo distesi su un divano fondamentalmente noi stabiliamo un rapporto sonoro,  “sonoramente muto”, con la nostra anima. Il teatro è un luogo dove la parola risuona e il rapporto del lettore con la letteratura è un rapporto dove la parola sembra non risuonare, ma sembrerebbe non risuonare, perché ha un tipo di risonanza silenziosa. Quindi, qualsiasi scrittura che si rispetti deve avere un senso sinfonico nella scelta delle parole, nel modo in cui queste parole devono arrivare al cuore, al cervello, di chi le usa. Sul palcoscenico gioca la luce con le ombre:


chi è in via d’apprendere, di nascere alla sua vita seconda, come Corbera, deve avere molto a che fare con l’elemento fluido, con l’instabile, col fluttuare, col symbolon, oscillante, mirante, ammirante. Per tutto ciò “La sirena” è symbolon, è acque di fuoco e di ghiaccio, poiché è creatura marina, spirito elementare: di fuoco perché vuole amore, perché si presenta come estranea e, dunque, ha parvenza fredda, simbolo della costruzione umana di scienza, portata a questo limite affinché vi esploda il fuoco e mostri il resto dell’Uomo. Simbolo, in questo senso, è forse anche un indovinello e una fonte di indovinelli, mistero mistico, affinché si liberi la morte e rechi il frutto di una nuova nascita. Tutto si lega e si slega in modo necessario, le due sorti, sullo stesso terreno del mondo compiono il loro romanzo. La verità è fare, su questo, teatro seguendo La Ciura, tentando insieme a lui formule d’indicibile, immersioni nelle acque informi e nelle grotte della mente, il tuffo cartesiano “ in acque profondissime”, ritrovandoci, alla fine, rigettati sulla riva dell’umano e del senso del mondo, con Corbera, stringendo tra le mani un frammento di un antico cratere greco andato in frantumi, raffigurante i piedi di Ulisse incatenati all’albero maestro della navicella del suo ingegno, simbolo della passione dei nostri remoti sentieri.


 


Olga Chieffi


 

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