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Antonio Florio Todo Tango

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Serata evento al Solluan di Cava de’ Tirreni, domenica 22 marzo, che ospiterà il sassofonista salernitano che omaggerà il simbolo del popolo e della musica argentina


 


Appuntamento mensile con il sax di Antonio Florio, domenica 22 marzo, dalle ore 21,30 al Solluan di  Cava de’ Tirreni di Armando Ferraiolo, per una nuova tappa nell’affascinante mondo sonoro della musica da night.


Dopo la serata dedicata per intero alla musica latina e alla sua influenza sui diversi generi musicali, il cuore della scaletta di domenica, sarà incentrato sul tango e sulle tradizioni melodico-ritmiche argentine. Il sax di Antonio Florio calerà  il Solluan in una Notte portena, offrendo una rappresentazione stilizzata di un tango che vivrà delle musiche di Astor Piazzolla e Gustavo Beytelmann.


Del tango non potrà non restare quel romanzo ardente e frusciante che segnerà la fuga dal fantastico, evocando le coppie dei ballerini, apoteosi erotica e inarrivabile, che è fondamento del suo successo, complicità, intimità di sentimenti, empatia che da sempre permette ai due ballerini, qualsiasi sia la propria levatura artistica, di raccontarsi e raccontarci la propria vita., attraverso musica il cui fascino è segnato da momenti regolarmente in bilico – dato caratterizzante della musica argentina – fra un lirismo allentato e dolente, talora fino alla rarefazione, e picchi di alta drammaticità e forza penetrativa.


Il concerto proporrà un omaggio ad Astor Piazzolla con melodie che fanno parte del sentire di tutti noi, dalla purezza assoluta del suono del sax in Oblivion, ad un incantevole Libertango, il cui segreto sarà completamente svelato nella sua introduzione, in cui il Sax di Antonio Florio stregherà l’uditorio nel suo non offrirgli troppo facili, e in fondo rassicuranti, appigli transtilistici, ma calandolo in un ideale momento di sintesi tra i molteplici rimandi che il musicista salernitano intende riecheggiare nel suo stile. Stile alla cui riuscita non sono ovviamente estranei uno spiccato senso della tradizione jazzistica, simbolo del suo personale viaggio, alla scoperta di due fortissimi radici popolari, quella argentina e quella nero-americana, di cui il tango di Piazzolla si nutre e trae quel profilo così marcato. Se l’elemento vincente della performance, sicuramente sopra le righe sarà certamente la ricchezza dell’apparato tematico delle opere di Piazzolla, vivificato dal cimento e dall’invenzione di Antonio Florio, nonché dalla propensione trasparente per un eloquio diretto, in cui la perizia strumentale prevarrà sullo scavo concettuale e sulla transidiomicità del repertorio tematico; la forza propulsiva del sentire argentino, quella ripetizione ossessiva in progressione, di alcuni temi, quasi a voler significare che il normale spettatore deve ascoltare più volte quella particolare espressione musicale prima di poterla gustare, sarà esaltata, in particolare nel tango di Beytelmann, quella sfida perenne tra mantice e sax, simbolo di quel popolo che si è messo finalmente in moto, in “Viaggio”, con la sua musica, il suo simbolo, il “Mito” del tango che allora nasceva. Chiusura con l’atteso momento enogastronomico, dedicato alla nostra cucina innaffiato dai grandi bianchi campani. Scriveva, infatti, il poeta romantico Lorenzo Stecchetti: “Il genere umano dura solo perché l´uomo ha l´istinto della conservazione e quello della riproduzione e sente vivissimo il bisogno di soddisfarvi. Alla soddisfazione di un bisogno va sempre unito un piacere e il piacere della conservazione si ha ne senso del gusto e quello della riproduzione nel senso del tatto. Se l´uomo non appetisse il cibo o non provasse stimoli sessuali, il genere umano finirebbe subito. Il gusto e il tatto sono quindi i sensi più necessari, anzi indispensabili alla vita dell´individuo e della specie. Gli altri aiutano soltanto e si può vivere ciechi e sordi, ma non senza l´attività funzionale degli organi del gusto. Come è, dunque, che nella scala dei sensi i due più necessari alla vita ed alla sua trasmissione sono reputati i più vili?


Non vergogniamoci, dunque, di mangiare il meglio che si può e ridiamo il suo posto anche alla gastronomia. Infine, anche il tiranno cervello ci guadagnerà, e questa società malata di nervi finirà per capire che, anche in arte, una discussione sul cucinare, vale una dissertazione sul sorriso di Beatrice. Non si vive di solo pane, è vero; ci vuole anche il companatico; e l´arte di renderlo più economico, più sapido, più sano, lo dico e lo sostengo, è vera arte. Riabilitiamo il senso del gusto e non vergogniamoci di soddisfarlo onestamente, ma il meglio che si può”.


Laura Iuppo 


 


 

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